lunedì 12 maggio 2008

RENATO BRUNETTA, L'ULTIMO DEI LENINISTI?

























LA NOTIZIA:

Da Republica.it
Roma, 18:42
STATALI: BRUNETTA, COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO
"Colpirne uno per educarne cento". E' quanto ha dichiarato, nel corso della registrazione di 'Porta a porta', il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, in riferimento ai 'fannulloni' nella pubblica amministrazione.


IL COMMENTO
Renato Brunetta, veneziano, 58 anni, economista è il nuovo ministro della Funzione pubblica.
Simpatico, allegro e sanguigno come un personaggio di Goldoni, nel recente passato la sua vivace presenza ha animato i dibattiti televisivi. Ora, di sicuro renderà meno noiosi, gli altrimenti sordi e grigi Consigli dei ministri.
Il suo nuovo ruolo lo sta prendendo sul serio. Brunetta non è uno a cui piace tirare a campare. I problemi lui li vuole risolvere. Specie quelli annosi e insoluti. Vuole lasciare un’impronta di sé. Lavora con entusiasmo. In particolare è deciso a vincere la sua battaglia contro i fannulloni statali, che, a Roma, affollano i Ministeri e che mostrano una inesauribile creatività nell'escogitare cento e più trucchi pur di assentarsi dal lavoro.
In questa nobile lotta tutti i mezzi sono buoni, anche quello di rispolverare e mettere a nuovo un vecchio slogan del movimento rivoluzionario novecentesco che la storia aveva prudentemente messo in soffitta.
Se è vero quanto riferisce Repubblica, avrebbe pronunciato con riferimento agli statali fannulloni, da licenziare, questa frase programmatica: Colpirne uno per educarne 100.
Questo vuol dire che ogni 100 che si comportano male, lui ne punisce uno solo, il malcapitato. Gli altri 99, che magari sono fannulloni ancor più del malcapitato stesso, saranno risparmiati. Impareranno dall’esempio. Quell’uno che viene colpito pagherà per tutti. Peggio per lui.

Ora, a dire il vero, la frase attribuita da Repubblica a Brunetta, non è farina del suo sacco. Con questo non vogliamo togliere nulla al genio e all’inventiva del nostro ministro. Infatti, si sa, le parole e le frasi non sono proprietà esclusiva di nessuno. Ognuno di noi per parlare e per pensare ha bisogno del linguaggio, che è il risultato dell’esperienza e della cultura accumulata e trasmessa nei secoli e nei millenni. Ognuno per essere libero e per liberamente pensare, ha bisogno degli altri uomini. In particolare ha bisogno di maestri e degli altri uomini che lo hanno preceduto. Le parole e le frasi sono lì nell’aria a disposizione di tutti. Sta a ciascuno di noi saperle scegliere, afferrare, metterle in ordine, darle un senso. Non è facile. E’ qui che si distingue il genio dall'uomo comune. In questo forse consiste lo stile di uomo. Qui sta la nostra libertà. La scelta delle parole sono importanti.
Ce lo ha ricordato Nanni Moretti in una celebre battuta di Palombella Rossa.
Ma, soprattutto, più di due secoli fa, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, ci aveva insegnato che “lo stile è l’uomo” con ciò volendo significare che l’essenza di ciascun uomo non è data dai contenuti, da quello che dice e nemmeno da quello che fa, ma dal suo stile, da come lo dice.
Per questo, se vogliamo scoprire la autentica natura di Brunetta è importante, ripercorrere la geneaologia del suo linguaggio.
Partiamo proprio dalla frase di questi giorni: Colpirne uno per educarne 100.
Quando l’avrà sentita per la prima volta?
Chi altro l’aveva detta prima di lui?
Da quali contesti l’avrà estrapolata?

Renato Brunetta, è nato nel 1950. Non gliene facciamo una colpa, ma, di sicuro, non si può negare che nel fatidico 1968 avesse proprio l’età critica: 18 anni. Coincidenza? Certo, ma coincidenza inquietante. Siamo poveri cristi gettati nella storia, come diceva Heidegger, e non possiamo farci niente se proprio nel 68 ci tocca di avere 18 anni.
La prima volta che avrà inteso quella frase, forse, fu quando venne pubblicata con tutta evidenza sui quotidiani del 4 marzo 1972. Il giorno precedente c’era stato a Milano il primo sequestro da parte delle Brigate Rosse. Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens era stato sequestrato per alcune ore e fotografato dai sequestratori, con una rivoltella puntata sulla guancia e al collo un cartello con la frase: “Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne 100”. Al ventiduenne Brunetta, allora laureando in economia, non sarà sfuggita quella foto così truce. Possiamo immaginare che l'abbia vista sul Gazzettino di Venezia mentre prendeva un cappuccino al caffé Florian di Piazza San Marco.

Guardando la foto, avrà notato nel cartello appeso al collo del malcapitato quella frase tanto minacciosa da rimanere ben impressa nella mente. Certo non l’avrà approvata. Anzi ne sarà rimasto turbato. Fu uno choc, la prima volta del terrorismo brigatista in prima pagina, la perdita dell’innocenza per il giovane Brunetta.
Forse quella frase, con il tempo, l’avrà anche rimossa, cancellata. Ma non del tutto perché deve esserne rimasta una traccia, seppure nascosta nello scrigno più recondito della sua psiche, pronta a ritornare in un soprassalto di memoria involontaria, alla maniera di Proust e del biscotto intinto nel tè.
Ma, se vogliamo dirla tutta, quella frase in quell’ormai lontano marzo 1972 ha origini ancora più remote. Non erano state le Brigate rosse a coniarla. Non era, per così dire, del tutto farina nemmeno del sacco di Renato Curcio, allora capo indiscusso di quella formazione politico-militare.
A questo punto va segnalato un altro fatto del quale, ancora una volta Brunetta non può aver colpa, il fatto, cioè, che il capo delle Brigate Rosse aveva il suo stesso nome: Renato. E i nomi sono importanti. Secondo un’alta tradizione culturale nel nome è contenuto il destino di ogni uomo. Pensiamo a Isacco (in ebraico: colui che riderà) o a Seneca (in latino se necat = si uccide) morto suicida. Pura coincidenza quella di chiamarsi Renato? Certo, ma coincidenza inquietante. E siamo già alla seconda.

Ma chi è che aveva già pronunciato quella frase prima delle Brigate Rosse? Da chi poteva averla sentita Curcio? Con ogni probabilità da Lenin. E infatti la frase la troviamo attestata in uno scritto di Lenin del 1905 (Note per il programma del II congresso del partito comunista (Bolscevico):”Il terrore deve fondersi con il movimento di massa […] perché i proletari seguono la regola colpirne uno per educarne 100”.
Ma a ben guardare, la frase non era del tutto farina nemmeno del sacco di Lenin.
La frase richiama infatti la nozione di Decimazione, quella pratica in uso nella Roma antica presso i Legionari, seconda la quale, in una Coorte che non si era mostrata valorosa, veniva scelto a caso una vittima ogni 10. Lo scopo era quello di terrorizzare i legionari obbligati per la paura a mantenere un comportamento più coraggioso in battaglia.
La decimazione era stata applicata da Marco Licinio Crasso nella guerra servile contro Spartaco nel 71 a. c. , una guerra che Lenin uomo di cultura interessato alla lotta di classe non poteva ignorare.

Ma le origini di quella frase non si fermano a Spartaco. Bisogna risalire ancora indietro nel tempo.
Il terrorismo attraverso la decimazione ha origini ancora più remote. E’ attestato da Tito Livio, che ne descrive una sua prima applicazione nel 471 a. c. durante la guerra della Repubblica Romana contro i Volsci.
E così via: il metodo di spargere terrore ai più punendo solo un numero ristretto si perde nella notte dei tempi e sarebbe vano cercarne un’origine se non nel mito.

Ora, dopo tutti questi ragionamenti, a scanso di equivoci, vogliamo precisare che è lungi da noi l'intenzione di paragonare il simpatico ministro del Funzione pubblica ai personaggi appena ricordati. Certo, Brunetta vuole rivoluzionare la Pubblica Amministrazione. Quindi, anche lui è mosso da intenti, a suo modo rivoluzionari e ha bisogno di un linguaggio adeguato.
Poi va anche detto che parlare di decimazione, nella proposta di Brunetta, sarebbe quanto meno un’esagerazione. Infatti, non di decimazione si tratta, semmai di centimazione, perché nel nostro caso Brunetta fa, come già Lenin, un bello sconto: non uno ogni 10, ma uno ogni 100.In fondo basta non essere sfortunati e, se si rientra fra i 99, ci si leva il pensiero
Poi Brunetta, non ammazza nessuno. Non ne sarebbe capace. Si limita a licenziare, azione molto meno cruenta, anche se non priva intrinsecamente di violenza e in grado di generarne a sua volta.
E in fondo, alla fine, tutto si aggiusta. Finché c’è vita c’è speranza.
Non è certo una tragedia,
Perché, aveva ragione Marx, quando scriveva «... tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte [...] la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.»

Alla fine di tutto questo non ce ne voglia Brunetta. In fondo è migliore di molti suoi colleghi e, sotto sotto, nutriamo per lui una naturale simpatia.

2 commenti:

Ernesto ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Giovanni Agretti ha detto...

Se speri che mi legga un pippone lungo 1km stai fresco!