domenica 25 febbraio 2007

Sterminio della lingua o lingua dello sterminio?



Quando la lingua della madre
è la lingua della morte.


Dopo 12 anni di dominio nazista, la lingua tedesca non era più la stessa. Il paesaggio desolante della Germania ridotta in macerie era la metafora delle condizioni in cui versava la lingua di Lutero, di Goethe, di Heine.
E, per ultimo, di Thomas Mann.
Si trattava prima ancora di pensare alla ricostruzione, di eliminare le tossine che avevano avvelenato la lingua e la società. Era stato avviato un processo di “denazificazione ” che in qualche misura interessava anche la lingua tedesca. Lo stesso linguaggio giovanile, doveva recuperare i modelli precedenti l’avvento del nazismo ed eliminare “locuzioni e parole divenute ormai parte integrante del lessico tedesco” .
Gli slogan, gli ordini, le minacce, il lessico ridotto al minimo, l’odio razziale che, ne era stato alla base, avevano fatto parlare di “violenza” “corruzione” “occupazione della lingua” e aveva indotto a coniare neologismi quali, semanticidio, verbicido, logocidio . Si trattava di ricostruire non solo il modo di parlare di tutti i giorni, ma, a partire dalla “cattiva lingua ereditata” anche una letteratura e una poetica. Diversi gli atteggiamenti sul ruolo giocato dalla lingua rispetto al nazismo. Il dibattito è ancora aperto. C’è chi ritiene che la lingua fosse stata vittima di una violenza, come Ullmann e Young , i quali avevano parlato rispettivamente di verbicidio e di logocidio. C’è anche chi, al contrario ritiene che la lingua non fu vittima, ma colpevole dello sterminio. In altre parole, senza la lingua tedesca, il nazismo non avrebbe potuto imporre la sua legge. Fra questi Steiner secondo il quale «La lingua tedesca non fu innocente degli orrori del nazismo. Non si tratta semplicemente del fatto che un Hitler, un Goebbels e un Himmler per caso parlavano tedesco. Il Nazismo trovò nel¬la lingua precisamente ciò che cercava per dare voce alla sua ferocia ». Un argomento forte a questa tesi lo fornisce Di Cesare, secondo la quale, se è vero che la lingua è matrice della ragione , allora deve aver avuto parte in questi eventi . Infine, per completare il quadro c’è anche chi, come Lang considera la lingua tedesca, nello stesso tempo, sia vittima, sia colpevole . Questi giudizi, così divergenti, si sono riflessi nelle posizioni e nei comportamenti altrettanto diversificati, rispetto alla loro lingua madre, dei diversi ebrei di lingua tedesca. Alcuni anni, un dialogo a distanza tra Arendt e Derrida, è riuscito a far prendere quota e respiro al dibattito. E’ stato, in diverse occasioni, tracciato un abbozzo di tassonomia , con riferimento al rapporto tra la lingua madre (divenuta poi la lingua della morte) e la lingua dell’esilio. E sono state individuate diverse categorie, rispetto sia alla condizione oggettiva: (tedeschi di lingua tedesca, non tedeschi di lingua tedesca, non tedeschi di lingua non tedesca), sia all’atteggiamento soggettivo (rifiuto totale della lingua, mantenimento della lingua, rapporto sofferto con la lingua stessa).

La lingua tedesca per Canetti
C’è poi un personaggio assolutamente atipico che sarebbe una forzatura far rientrare in qualcuno di questi possibili nove casi . E’ Elias Canetti, il quale, proprio per la sua assoluta singolarità, e anche per la profondità delle sue riflessioni sulla lingua, merita una particolare attenzione. Ebreo d’origine sefardita, nasce in una città plurilinguistica dell’attuale Bulgaria. La sua lingua madre è un particolare idioma spagnolo, rimasto quasi immutato a quello del XVI secolo . A otto anni, sulla spinta di un trauma emotivo dovuto all’improvvisa morte del padre “cambia” lingua . Nel 1913, a otto anni la madre gli insegna il tedesco, che come una nuova pelle diventa la sua nuova lingua madre . Quanto all’unicità del fenomeno, non riproducibile nemmeno in laboratorio basta pensare che il piccolo Canetti di otto anni, nato in Bulgaria, ma di madrelingua spagnola, trasferito a Manchester dove parlava l’inglese, impara il tedesco durante una sua permanenza a Losanna (Svizzera francese). Molti anni più tardi, nel 1960, chiarirà, anche a se stesso una sorta di scissione tra l’appartenenza a diverse patrie. Vive da 22 anni in Inghilterra , dove ha messo le radici , anche se il suo spirito non è inglese : A 55 anni, si sente un vecchio spagnolo . Il paese in cui si trova, l’Inghilterra, gli è familiare , ma lingua del suo spirito è il tedesco proprio perché è ebreo . Tutto quello che prova, tutto ciò che può dire, tutti i suoi sentimenti si presentano in tedesco . Quindici anni dopo Auschwitz, non nutre odio verso questa lingua. Al contrario per “questa terra devastata”, il cui destino sente di condividere, nutre un sentimento di gratitudine . Non gli interessa più conoscere una lingua nuova , piuttosto sta cercando “nuove lingue in cui star zitto” . Forse quello che vuole raggiungere è una lingua del silenzio, una lingua sola , una lingua pura, una lingua prebabelica. La torre di Babele ha rappresentato il secondo peccato originale . La parola è snaturata dai troppi usi: troppe lingue si confondono anche in una sola persona . Ma, se da un lato Canetti, mette in evidenza la costrizione cui è sottoposta la lingua, dall’altro ne esalta le potenzialità . La lingua è più forte della necessità di mangiare . Anzi addirittura, in analogia con il Cantico dei Cantici , è più forte anche della morte . Ma le va restituito il suo valore simbolico. Infatti, ogni uomo ha una propria fisionomia linguistica, e non c’è illusione più grande di credere che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione tra gli uomini . Così la lingua è stata trasformata in qualche cosa di diverso. Le parole strillate, ripetute e logorate, sono irriconoscibili e non dicono più quello che una volta significavano . In “Il testimone auricolare ” descrive, con mirabile leggerezza, una serie di 50 pregi e difetti della lingua. Ognuno di questi è trasfigurato in un personaggio, animato da un soffio di vita. Ognuno ha un nome proprio: il Leccanomi, lo Scovabellezze, il Lingualesta, il Calibratore, il Nettasillabe , lo Sbiancatutto ecc ecc. Il Nettasillabe ha una bilancia d’oro con la quale pesa ogni sillaba e ogni parola. Se c’è un eccesso nel peso di certe parole, non le pronuncia .
Il Nettasillabe si prende cura dell’integrità delle parole e fa sì che non si abusi mai di loro per fini egoistici. Talvolta può capitare che il Nettasillabe trovi una parola degradata. In tal caso è in grado di purificarla . Non importa quello che si dice, ma è necessario che sia detto in purezza. Per questo, la via più sicura è il silenzio . Il tema del silenzio, tipicamente ebraico, è comune a Rosenzweig e Benjamin , e può essere messo in relazione alle riflessioni sui confini del dicibile di Wittgenstein . Sarà anche costitutivo delle poetiche di Celan e di Ausländer.

La lingua tedesca per Amery
A differenza di Canetti, che accettava la sua condizione di ebreo, errante sì, ma fedele alla lingua tedesca, da far però convergere verso un linguaggio puro, Jean Amery vive l’esilio dalla lingua e nella lingua come una lacerazione irredimibile. Non coltiva sogni di redenzione. La condizione di intellettuale di lingua tedesca quale egli è, e quale non può, e forse non vuole, dimenticarsi di essere, lo colloca in un osservatorio da cui può meglio vedere e giudicare la miseria e il processo di corruzione della lingua. Un processo che, in esilio, presenta caratteri peculiari propri. Amery si accorge che, a poco a poco, la lingua, più che sgretolarsi, va riducendosi. Negli incontri con altri compagni di sventura, gli argomenti e le parole sono sempre gli stessi: la paura e la morte. “Non offrivano nuova linfa alla lingua” . Non solo il lessico, ma anche le stesse frasi fatte cui al massimo i suoi compagni aggiungevano “nel modo più orrendo” le formulazioni del paese ospitante. In Germania certo, la lingua andava declinando e coniugando le parole dell’odio, e del miserevole “slang di guerra” . Ma, almeno, dice Amery, lì il tedesco rimaneva ancora una lingua della realtà, sia pure di una realtà terribile. Anche quando si parlava dell’ebreo che “instilla l’odio asiatico ”. Perché, anche in tal caso, il materiale linguistico è sempre fornito dalla realtà sensibile. La maggior parte degli esuli era convinta che il tedesco si stava corrompendo. Per questo motivo rifiutavano i “brandelli di lingua ” che arrivavano dalla Germania, e ritenevano loro compito serbare pura la loro madrelingua. Ma pur non essendo un linguista di professione, Amery avverte che una lingua staccata dalla vita non può essere conservata. E, infatti, nota che i suoi compagni parlavano da un lato un tedesco “maccheronico da emigranti ”, dall’altro una lingua d’arte, inevitabilmente soggetta a invecchiare e a deteriorarsi. Con acutezza intuisce, a differenza degli altri esuli, che gran parte della “perversione linguistica di quest’epoca ” si sarebbe conservata in Germania anche dopo la guerra, e magari sarebbe anche arrivata a far parte della lingua letteraria. Pur di non rimanere tagliato fuori dalla lingua, tenta, per disperazione di seguirne l’evoluzione attraverso la lettura quotidiana dell’organo delle forze di occupazione tedesche. Ma pure questa fu un’illusione. Chi è escluso dal destino della comunità è escluso anche dalla lingua. Per gli esuli si andava così modificando il contenuto delle parole e la lingua madre era diventata altrettanto ostile di coloro che la parlavano . Nello stesso tempo, mentre la lingua madre diventava ostile, non c’era alcuna compensazione dalla lingua del paese ospitante. Essa si mostrava riservata e concedeva “solo brevi visite di cortesia ”. In conclusione il pesante contenuto della lingua madre già così opprimente durante la guerra, anche a guerra conclusa continuava gravare sulla lingua .

La lingua tedesca per Klemperer
Victor Klemperer, che non rinnegherà mai la lingua tedesca da lui considerata non colpevole, ma vittima, si domanda come mai si fosse potuto verificare questo processo degenerativo, quali fossero le cause, e quale la provenienza (interna o importata dall’esterno)
L’analisi che compie appare articolata e non priva di una sua originalità. Merita attenzione da parte nostra. Se non altro perché Klemperer è la persona che si è occupata, forse più di ogni altra a stabilire una stretta relazione tra linguaggio e nazismo e, in questa impresa ha potuto utilizzare quali ferri del mestiere per la sua indagine, la sua competenza filologica. In più è stato testimone diretto, e vittima di questo processo degenerativo.
Fino alla vigilia dell’avvento del nazismo, la lingua tedesca, secondo Klemperer, era rimasta immune dalla retorica, da lui definita: “così poco tedesca” .
Si può ammettere che la retorica sia stata importata dal fascismo, il quale, arrivato al potere con dieci anni di anticipo rispetto al nazismo, l’aveva collaudata e poi esportata oltr’Alpi. Ora però, si fa osservare, il fascismo fu regime criminale, sì, ma non bestiale. Insomma, le adunate, la camicia nera (cambiata in bruno dal nazismo), il saluto con il braccio alzato, possono, da sole, forse, spiegare la malattia, ma non la specifica degenerazione tedesca.
Allora com’era possibile questo contrasto tra la Germania nazista e l’altra Germania, quella della tradizione precedente? Davvero Herder poteva essere a ragione rivendicato da Hitler? E quale connessione spirituale c’era tra Goethe e il popolo del nazismo?
Viene avanzata una prima ipotesi. In Germania, ascesa e declino in campo spirituale presentano un aspetto particolare: tanto si va verso l’alto altrettanto in basso si scende.“ L’eccessività sembra essere la maledizione” dell’evoluzione spirituale tedesca” . Come racconta Tacito “tanto grande è l’ostinazione dei germani anche nel male: essi la chiamano fedeltà ”
Questa malattia tipica tedesca, Klemperer la chiama «Entgrenzung»: lo svincolarsi dai confini, il non conoscere limiti, che è tipico dell’uomo romantico . A questo punto Klemperer fa due osservazioni, da ritenere di particolare autorevolezza, in virtù della sua professione di filologo romanzo. La prima è che già secoli prima del nascere del romanticismo ogni attività tedesca portava il marchio della romanticità . La seconda è che, in campo letterario, fin dal medioevo è sempre stata la Francia a trasmettere i contenuti alla Germania, ma è quest’ultima che, in tempi successivi, li ha portati all’eccesso, oltre i confini originari . Infine viene osservato che il carattere specifico del nazismo, quello che lo ha reso particolarmente virulento e che, nello stesso tempo è stato un fattore di rapido proselitismo, è l’antisemitismo e la dottrina razziale.
Non c’è dubbio che proprio l’antisemitismo, che ha usato il termine «völkisch», dapprima quasi inoffensivo (derivava da Volk, popolo), come un’arma per farsi largo tra le coscienze, è stato il fattore principale, dal punto di vista linguistico, della degenerazione. E non c’è dubbio che la caratteristica fondamentale tedesca dell’eccessività, della “iperseveranza”, nel cercare di arrivare all’infinito, ha fornito il terreno di coltura più fertile per quest’idea” .
A questo punto viene fatto notare, che il processo di risalita all’origine della dottrina razzista, porta non a un tedesco, ma a un francese: Gobineau .
Ma, sembra concludere Klemperer, è l’eccezione che conferma la regola. Infatti, Gobineau era sì francese, ma un francese sui generis. Fu il primo a teorizzare la superiorità della razza ariana e ad affermare che la massima espressione dell’umanità fosse il germanesimo incontaminato, minacciato dal sangue semitico . Quindi il cerchio, per Klemperer si chiude. Un tratto eterno dei tedeschi è l’eccessività, e il portare alle estreme conseguenze le teorie che provengono dall’estero (specie dalla Francia). Il razzismo, in particolare è stato importato da Gobineau, francese di nascita, ma con il cuore che batteva in tedesco.
I tedeschi non hanno fatto altro, come al solito, di esasperare le sue teorie e portarle alle estreme conseguenze .
“Voliamo alto e perciò cadiamo tanto in basso ”.

Il legame tra la lingua nazista e il genocidio: reificazione e eufemismo
Ma come e in qual modo la lingua è potuta diventare uno strumento di sterminio? In che cosa consiste questo stretto legame tra la lingua nazista e il genocidio?
Non è una domanda facile. In pochi hanno tentato di rispondere. Ancora meno quelli che lo hanno fatto in modo esauriente.
Si è parlato di violenza degli slogan o della “reificazione” dei nemici. L’odio sarebbe montato fino a conseguenze estreme .
Ma ci sembra che non sia questa la strada giusta per tentare di dare una risposta alla nostra domanda. A nostro avviso, infatti, non sia può negare che, quella degli slogan violenti e della reificazione degli avversari, sia un’abitudine generalizzata, sia pure pessima, ma non certo peculiare del nazismo. Chiunque abbia una pratica, anche come semplice spettatore, di cortei politici di vario orientamento in tutto il mondo, sa che gli avversari, o meglio, i nemici, vengono descritti come topi di fogna, sanguisughe, insetti ecc. I telegiornali trasmettono, di quando in quando, al mondo, le sequenze di fantocci dei capi di stato che vengono bruciati in effige. Lo stesso avviene con bandiere, per cancellare simbolicamente, un’intera nazione. Le minacce di morte fioccano e gli slogan bellicosi non si contano neanche in tempo di pace. Senza considerare il caso di reificazione in senso stretto, di stato, posto in essere da parte della più grande potenza dei nostri tempi, che ha indicato con un mazzo di carte da poker gli avversari da eliminare (letteralmente da “prendere vivi o morti”) .
Tanti sono, quindi, i casi di linguaggio violento e di reificazione.
Eppure non si è mai arrivato a nulla di lontanamente paragonabile al nazismo.
Si è anche parlato di “maschera verbale” di una lingua bifronte, che presenta una faccia truce al nemico e una mite agli interlocutori esterni per “sopirne dubbi e timori ”.
Una variante della maschera verbale può essere considerato l’eufemismo.
Primo fra tutti la madre di tutti gli eufemismi, quello della “Soluzione finale”.
O, com’è stato notato, la sua variante “spostamento ad Est” adottato dalla conferenza di Wannsee del 1942, che, di fatto, aveva sancito lo sterminio .
Tutto vero. Ma ci sembra che l’eufemismo o (chiamiamola pure con il suo nome) la menzogna , sia oramai il pane quotidiano di cui si nutrono l’informazione e il linguaggio politico, e non solo. Lasciando da parte i discorsi di quei capi di stato che chiamano atti umanitari, i bombardano degli ospedali, e che non nominano la guerra, ma, semplicemente, la fanno, basta pensare al linguaggio sindacale. La parola licenziamento, proprio di questi tempi, quando è diventata più attuale, non viene quasi più pronunciata. Al suo posto si parla di mobilità. Le persone da licenziare sono definite esuberanti (che, non dimentichiamolo, un tempo era sinonimo di “allegro” e, anche, un po’ “estroso”). Anzi, quelli che vengono “messi in mobilità” non sono nemmeno persone, ma “unità”. Il trasferimento forzato, con abbassamento di qualifica professionale, in un’altra impresa lontana centinaia di chilometri da casa, si chiama, con un prestito linguistico: outplacement. E così, via.
Si tratta anche qui di pessime abitudine. Ma sarebbe esagerato dedurre, come conclusione, che una nuova Auschwitz sia alle porte. Semmai, possiamo pensare che avesse ragione Amery, quando descriveva, nel 1966 (quindi con la giusta prospettiva temporale), come le conseguenze della perversione linguistica nazista si fossero conservate ben oltre il crollo di Hitler . Oppure che avesse ragione Klemperer quando, a proposito di immagini iperboliche, parlava, già negli anni ’40 di appiattimento della lingua tedesca sul modello americano .
Davvero si può pensare che quello che ha reso possibile, e forse, addirittura, direttamente, provocato la più grande catastrofe che l’umanità abbia dovuto sopportare, sia stato solamente l’abuso, la dismisura di espressioni violente o di eufemismi, o di pure e semplici menzogne?
Ci sembra riduttivo.

La distruzione del carattere simbolico del linguaggio
Forse, invece, si è trattato di qualche cosa di diverso e di più grave. Forse abbiamo assistito, a partire dagli anni 30 del secolo scorso, al tentativo, evidentemente riuscito, di cancellare il carattere simbolico della lingua stessa e di ridurla a mero strumento.
A formulare un’ipotesi di cosa possa essere realmente accaduto, ci possono soccorrere Rosenzweig, Benjamin, Scholem, Canetti, e tutti gli altri che hanno riflettuto sulla dimensione simbolica del linguaggio e che ritengono che accanto a un detto, ci sia sempre un non detto. Che non tutto sia esprimibile. Che quando un uomo parla, c’è sempre un resto. Che per parlare ci debba esser un altro che ascolta e che cor-risponda. Che la più alta forma di espressione sia il silenzio. Che nella lingua vada avver¬tito “un abisso, una profondità ”. Chi, in proposito, ha saputo parlar chiaro, semplice ed esplicito ci sembra sia stato Scholem.
Scholem ha scritto che il linguaggio è come un “medium in cui si compie la vita dell’uomo”. Il linguaggio possiede “un lato interno, un aspetto che non si lascia ridurre alla pura comunicazione fra gli esseri”. Quando l’uomo si esprime vibra qualche cosa che “non è soltanto se¬gno, comunicazione, significato ed espres¬sione ”. La lingua ha una sua “dignità” che mira “non tanto a co¬municare qualcosa di comunicabile, quanto piuttosto — e su questo paradosso si fonda ogni simbolismo — a comunicare qualcosa di non-comunicabile, qualcosa che rimane ine¬spresso e che, se mai si potesse esprimere, non avrebbe comunque un significato, un «senso» comunicabile .”
Il nazismo ha tolto ogni spiritualità al linguaggio. Lo ha ridotto a puro segno, a puro strumento.
Ha tolto alla lingua la sua “dignità”. Con la spiritualità della lingua è venuto meno anche lo spirito dell’uomo, divenuto esso stesso strumento cieco al servizio del progetto industriale della fabbrica di cadaveri.
Ha tolto anche alla morte la sua spiritualità, la sua dignità, e l’ha ridotta a materiale di una produzione in serie.
Forse, solo a partire dal linguaggio, non ridotto a mero strumento segnico, si potrà cominciare a redimere l’umana dignità che, nella meta del secolo scorso è andata smarrita.

Franco Maria Fontana, 2003

La lingua può impazzire?

(nelle foto: Hannah Arendt e Jacques Derrida)


Nel corso di un’intervista, divenuta poi celebre, alla domanda su che cosa le sia rimasto della Germania di prima dell’esilio, Hannah Arendt risponde senza esitazione: la lingua tedesca, la lingua madre .
“Anche nei momenti più amari?”, ribatte il suo interlocutore.
“Sempre” (immer) è la risposta chiara, semplice, immediata. Nel seguito dell’intervista, Arendt spiega come la lingua madre non possa essere impazzita e come, nello stesso tempo, non possa in alcun modo essere sostituita da nessun’altra lingua .
Trentadue anni dopo quest’intervista, interviene sull’argomento Derrida.
Lo fa in un’amplissima nota, all’interno del suo “Le monolinguisme de l’autre ”. La lettura dell’intervista dell’Arendt gli offre l’occasione per delucidare la tesi, secondo la quale si ha una sola lingua, la lingua dell’altro . Ma una tesi del genere, dall’apparenza paradossale, non può apparire plausibile, se non dopo aver prima decostruito l’atavico concetto di lingua materna. A tal fine Derrida mette a punto una distinzione tra fenomeno e fantasma , derivata dalla lettura lacaniana di Freud , distinzione già inaugurata con Spettri di Marx , e sviluppata, in tempo successivi, con Fichus e con Etats d’âme de la psychanalyse .
Con uno stile duro, al limite dell’invettiva, passa al setaccio ogni parola della Arendt. Dopo aver, subito, bollato il tono della risposta di Arendt (“resta la lingua materna”) come, “nello stesso tempo, remissivo, naïf e saccente ” pone sotto la sua lente esaminatrice l’avverbio “sempre” (immer), pronunciato da Arendt in relazione alla domanda se l’affetto per la lingua tedesca fosse stato mantenuto anche nei tempi più amari (quelli del nazismo) . Questo “sempre” starebbe a significare non solo che l’affetto per la lingua sta sempre là, ma presuppone una “fedeltà indefettibile” da mantenere anche nello spergiuro e nella menzogna . La chiave di volta che fa scattare il ragionamento di Derrida è la duplice considerazione di Arendt che la lingua materna non possa impazzire e che non possa essere sostituita ”. A tal proposito l’accusa di Derrida è feroce, al limite dell’invettiva. E’ l’accusa peggiore, forse, che un filosofo possa fare ad un altro filosofo, quella di indulgere al “buon senso ”. Ed è un’accusa che viene rivolta a una persona che non è più in grado di difendersi. La Arendt è “di buon senso”, in quanto, come tutte le altre persone di buon senso, nega le cose assurde. E infatti nega che una lingua possa impazzire, cosa assurda, per una qualsiasi persona di buon senso. Certo, fa notare Derrida, a prima vista una lingua non può essere curata o messa in analisi. Secondo il buon senso è evidente che i pazzi possono essere solo le persone, non la lingua che viene parlata. La lingua, sembra dire Arendt è più vecchia delle persone che la parlano e a loro sopravviverà e sarà parlata da altri tedeschi, “dai nazisti che non sarebbero più nazisti”, quindi – e qui Derrida, stabilendo un’identità improbabile e non provata, aggiunge qualche goccia di veleno di troppo, e conclude - da non-tedeschi” .
Ma, dopo queste polemiche, un po’ sterili, Derrida passa ai due argomenti forti del suo ragionamento.
Il primo argomento è quello che, Arendt non vuole prendere in considerazione: se le persone impazziscono, non possono essere diventate pazzi indipendentemente dalla lingua materna. Essa deve aver avuto la sua parte, se è vero, come è vero, che la lingua non può essere considerato un semplice utensile, come la stessa Arendt, del resto, implicitamente ammette, in quanto un utensile non potrebbe, come la lingua materna, restare per tutto il tempo (“sempre”) con sé attraverso l’emigrazione e l’esilio.
Il secondo argomento , più difficile da digerire per un lettore medio e di “buon senso”, è che Arendt non ha voluto o non ha potuto vedere che una madre folle e unica, è proprio folle perché unica nella logica del phantasme. E, facendo una distinzione tra “essere” e “avere”,così continua Derrida: anche se la madre non «è» pazza, forse che non si potrebbe «avere» una madre pazza? Sarebbe, allora, la relazione stessa con la madre unica a determinare in tal caso la pazzia.
Ma il passaggio, intrapreso da Derrida, non è chiaro.
A questo punto andrebbe spiegato meglio la logica del phantasme. Derrida, che sembra accorgersene, ci prova con qualche esempio.
Questa sua ipotesi, appena formulata si può spiegare in vari modi. Uno fra questi riconduce all’immaginazione come phantasia e luogo del phantasme.
Ma innanzitutto, dice Derrida, è un phantasme ritenere, anche senza bisogno di aspettare “gli uteri in affitto” e “la creazione assistita” che la madre sia “semper certa” e il padre “semper incertus”. L’immaginazione, parente stretta del phantasme, è stata chiamata (forse da Malebranche) “la pazza di casa”. Allora, dice Derrida, la madre può anche diventare la pazza di casa. Può capitare che una madre diventi pazza. Un’esperienza del genere è, senza dubbio, un’esperienza di terrore. Come se un re diventasse pazzo. O il padre. O la regina. O la legge. O l’origine del senso. Ora questa esperienza può, talvolta, accadere, ma, si dice che non sarebbe dovuta accadere .
A questo punto per Derrida si potrebbe dare la stessa spiegazione, anche con due sensi ancora più radicali. Innanzitutto che la madre lingua come unica insostituibile e come luogo della lingua è proprio ciò che rende possibile la follia. Ma non basta. Ancora più radicalmente si potrebbe affermare che la madrelingua «è» la follia stessa.
In altre parole, credere di avere una lingua materna unica e propria conduce alla pazzia. E’ proprio la madre unica che è sempre luogo di follia. “La tragedia e la legge del rimpiazzo, consiste nel fatto che rimpiazza l’unico – l’unico in quanto insostituibile. E’ sostituibile perché è unico. Si potrebbe mostrare che “l’unicità assoluta rende così folli con la rimpiazzabilità assoluta che rimpiazza il piazzamento stesso”. Del resto la stessa Arendt aveva parlato della possibilità di rimpiazzare la lingua materna e fa degli esempi . In tal caso si tratterebbe di un effetto di rimozione Ed è proprio il nome stesso di Auschwitz, così tremendo, che può rispondere di rimozione .

A questo punto, abbastanza bruscamente, Derrida pone fine a questa lunga nota e passa ad altro.
La decostruzione della nozione di lingua madre, che doveva spianare la strada per ulteriori decostruzioni, è, per il momento, terminata.
Ma la questione, se la lingua madre possa impazzire è, per noi, tutt’altro che chiusa.
A questa determinazione si possono opporre, non solo il buon senso, come, a detta di Derrida, si sarebbe limitato a fare Arendt, ma, con buona pace di Derrida stesso, anche argomenti di natura storica, etica e linguistica.
Dal punto di vista storico bisognerebbe almeno dar conto del fatto che la stessa lingua è servita sia per scrivere poesie, sia per scrivere le Leggi di Norimberga e il Mein Kampf. E ha continuato a scrivere poesie anche dopo Auschwitz .
Poi bisognerebbe capire come mai la lingua dell’odio e dello sterminio sia stata di volta in volta, il latino delle crociate, lo spagnolo dei conquistadores , l’inglese e non solo degli schiavisti e dei colonialisti. Il turco nel 1915. Il russo zarista dei progroms, prima, quello sovietico dei gulag, dopo, (erano diversi idiomi o erano varianti della stessa lingua?) Quindi il tedesco del III Reich. Per finire e, per completezza aggiungiamo anche l’indonesiano e il cambogiano. E c’è solo da chiedere scusa a tutti quelli di cui in questo triste elenco ci siamo dimenticati.
Senza voler togliere nulla al carattere assolutamente unico di Auschwitz e della Shoah, ma anzi, semmai, per meglio chiarirne le peculiarità, è lecito chiedersi se una qualche relazione tra queste diverse lingue che hanno articolato le diverse realtà dei diversi stermini, ci possa o ci debba essere. Senza un’indagine e uno studio comparato, si può ragionare come se non ci fosse nessuna relazione tra le diverse manifestazioni storicamente verificatesi? E si può dare per scontato che una lingua, una stessa lingua materna, una stessa madre, possa impazzire a tratti, senza che questo fenomeno possa essere messo in relazione con altri fenomeni analoghi. Perché anche la pazzia della lingua, se di questo si tratta, è un fenomeno che dovrebbe essere isolato, contestualizzato e studiato, in quanto tale, nelle sue diverse manifestazioni.
A tal proposito non ci sembra inutile di fronte a un’affermazione così drastica, come quella di Derrida, un minimo di storia comparata sulle lingue degli stermini.
Da un punto di vista etico, la determinazione di Derrida, lascia scoperto ampi varchi. Si sa che, se qualcuno impazzisce, vuol dire che è malato. Ma allora di chi è la colpa. E di che tipo di colpa si tratta? Di colpa criminale? Di colpa politica? Di colpa morale? Di colpa metafisica ? Di chi è la colpa? Di tutti? Di nessuno? Di qualcuno? No, perché semmai la colpa e della madre. Ma non è una madre qualsiasi è una lingua madre. E non ha figli unici ma tanti figli quanti sono i parlanti di quella lingua (nel nostro caso tutti i tedeschi). E poi la madre è impazzita. Non aveva facoltà di intendere e di volere. E nemmeno lei può essere considerata colpevole e giudicata. Se è malata dovrebbe essere solo curata. Ma nemmeno questo è possibile. E come potremmo curare la lingua madre usando la lingua stessa della madre, l’unica di cui veramente disponiamo?
Mi pare che ogni aspetto etico, della responsabilità, per dirla con Jaspers della colpa, sia così messo da parte. Cancellato. Rimandato a migliore occasione.
E’ lecito, o anche solamente opportuno mettere da parte la questione della responsabilità, proprio quando si fa un ragionamento che cerca di spiegare e di pensare Auschwitz?

Visto che è una malattia, una pazzia della lingua materna, il solo rimedio possibile, stando a quanto dice Derrida, sarebbe quello di un rifiuto di massa (un rifiuto di pochi individui, sarebbe del tutto irrilevante) della lingua madre, di un madrelinguicidio che sarebbe giustificato se, fosse vero quanto va dicendo Derrida, della lingua madre come luogo della pazzia e anzi, più precisamente che “la madrelingua è la pazzia stessa ”.

Ma quello che più ci interessa in questa sede è verificare le affermazione di Derrida alla luce di alcuni principi fondativi della filosofia del linguaggio e anche, perché no, della linguistica.
Senza perdersi in dispute, infinite, di carattere filosofico e scientifico, prendiamo per buone le nozioni rispettive, di lingua e linguaggio, così come sono, sia pure con le diverse sfumature, largamente accettate da studiosi e filosofi del linguaggio che vedono nel linguaggio una facoltà naturale, un’attitudine, e nella lingua la manifestazione storica di quello che è comune a una comunità linguistica.
Ma anche qui restiamo nel vago. Che cos’è una comunità linguistica? Come definirla, Come delimitarla? I manuali di sociolinguistica quando tentano di dare una definizione di comunità linguistica, non ci riescono. Ne danno una decina diverse tra loro . E dopo una decine, o centinaia di pagine e di tentativi ci rinunciano. I manuali di scienza del linguaggio, quando parlano delle lingue del mondo, non riescono a tenere il conto. Stabiliscono il suo numero tra 3.000 e 6.000. Ma, a detti dei linguisti di professione potrebbero anche essere anche di più. O di meno. Perché non è possibile distinguerle e definirle. Esiste una lingua tedesca, o ci sono tante lingue tedesche per quanti sono i parlanti in grado di comprendersi. Ma che cosa vuol dire “comprendersi”? C’è una soglia del comprendersi?
Quand’è che io ho compreso e sono stato compreso, e quindi sto all’interno della mia comunità linguistica? C’è una soglia della comunità linguistica? Ora questa vaghezza c’è, e rende tutto quanto ancora più vago.

Innanzitutto ci sembra che, in tutto il ragionamento di Derrida, non si nota alcuna distinzione tra lingua e linguaggio. Questo è un rilievo di non poco conto, per di più con un’aggravanti di una certa entità per un testo scritto in una lingua, il francese, che come l’italiano e, a differenza del tedesco e dell’inglese, distingue i due termini: lingua (langue) e linguaggio (langage).
Ora, come abbiamo già visto, Humboldt, parla di linguaggio (e non di lingua) che determina il pensiero: “Il linguaggio è l’organo formativo [organo, non strumento!] del pensiero ”. “E’ vero che nella versione tedesca il termine Sprache, vale sia per lingua, che per linguaggio, ma il contesto è chiarissimo, e la traduzione italiana ne tiene il dovuto conto.
E’ anche vero, come fa notare Di Cesare che “se il linguaggio si manifesta in tante lingue diverse, ogni lingua articolerà diversamente il pensiero ”. Ma è altrettanto vero, come osserva la stessa Di Cesare citando Humboldt che “ciascuno deve portare in sé la chiave per comprendere ogni lingua ”. E più di un secolo dopo Humboldt, Rosenzweig avrebbe detto che una qualsiasi lingua contiene, almeno in nuce, tutto il parlare umano, tutte le altre lingue straniere che saranno parlate, e che, pertanto, “c’è soltanto Una lingua” . Quindi sembrerebbe che si possa parlare di tante lingue, quanti sono i parlanti e di un solo linguaggio.
Con chiaro riferimento, questa volta, alla lingua madre Hamann parla di “Sprache Gebarmütter ” quale matrice della ragione (e della redenzione). Quindi “la lingua è assorbita insieme al latte ” e sembrerebbe anche che sia la lingua madre, non il linguaggio, a farsi mediatrice del mondo. Ma, fa osservare Di Cesare: “ciò non vuol dire tuttavia che la lingua materna determini il modo di pensare e di sentire ”.
Parlare di lingua si può, ma solo come fenomeno al singolare. Infatti, esistono tanti idiomi quante sono le persone. Schleiermacher diceva che “ogni singolo è anche formatore di lingua”. E aggiungeva che “ogni comprensione di un singolo discorso è una comprensione continuata della lingua ”. La stessa rappresentazione di un oggetto è prodotta dal singolo soggetto. Infatti, rispetto al nesso che lega il pensiero al linguaggio, così si spiega Humboldt: “E’ l’attività soggettiva che forma un oggetto nel pensiero. Nessun genere di rappresentazione può essere, infatti, considerato una pura e semplice contemplazione passiva di un oggetto già dato” .
E lo stesso Humboldt aggiunge, a conclusione del suo capitolo sulla “Natura e costituzione del linguaggio” che “Solo nell’individuo la lingua raggiunge la sua determinatezza ultima, Nessuno pensa, con una parola, precisamente ed è esattamente la stessa cosa che pensa un altro ”.
Di qui la celebre sentenza “Ogni comprendere è perciò sempre un non-comprendere ”. E Elias Canetti aggiunge, a conferma, che “ciascun uomo ha una fisionomia linguistica con cui si stacca da tutti gli altri e parla ad un altro in modo che questi non comprenda .
In conclusione ci sembra che la lingua tedesca, come le altre lingue storiche, sia un’astrazione e che un’astrazione, in quanto tale, non possa impazzire. Che non esista “una” lingua madre tedesca, personificata e che possa impazzire. Come non esiste “Una” lingua madre spagnola, “Una” lingua inglese, “Una” lingua turca, e così via. CI sembra anche che le lingue madri siano tante, quante sono le madri, anzi di più: quante sono gli individui. E che il fenomeno dell’impazzimento, quando e se si verifica, sia un fenomeno di tipo individuale, che non colpisce simultaneamente tutte le lingue madri di una stessa nazione, o se, preferiamo di una stessa comunità linguistica, comunque definita.

Franco Maria Fontana, 2003

La lingua del III Reich


1) Caratteri generali
“La lingua è più pura del sangue”. Con questa frase di Rosenzweig s’inaugura la ponderosa ricerca di Victor Klemperer sulla lingua del Terzo Reich . “Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute migliaia di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettata meccanicamente e inconsciamente” . “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcuni effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico” . La lingua, continua Klemperer, che mostra pertanto, nel solco della tradizione ebraica, di aver superato la concezione tradizionale e strumentale del linguaggio, “dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei” . Si tratta delle impressioni, delle riflessioni che in forma di diario, il filologo Klemperer ebreo (ma con moglie “ariana”) in un primo momento professore universitario, in seguito, dopo l’espulsione dall’università, operaio manovale, annotava sui suoi taccuini. E’ un documento unico, scritto a caldo. Un documento che non si è potuto servire di apparati filologici, bibliografici o comparativi. E’ stato scritto, nelle situazioni più casuali, in punta di matita. Sono solo delle impressioni, o poco più. E’ un lavoro “della prima ora” .
Il nome, assegnato da Klemperer per designare la lingua del III Reich, LTI, un acronimo del latino Lingua Tertii Imperii, coglie con ironia un tratto saliente della lingua del Reich, ma, diremmo, di tutte le lingue totalitarie, quale ad esempio quella fascista e, in particolare della neolingua di Orwell . Quella delle abbreviazioni e degli acronimi è una tendenza del resto molto antica, con padri nobili. Basta pensare, e lo ricorda lo stesso Klemperer, a Ichtys (pesce in greco) che ancora oggi troviamo tracciato nelle catacombe cristiane e che sta a indicare le iniziali di Gesù figlio di Dio Salvatore. Oppure alla brachigrafia medievale come modalità diffusa di scrittura del latino .
Del resto oggi assistiamo all’esplosioni degli acronimi e delle abbreviazioni nel commercio, nell’industria, nella politica ecc. Ogni dizionario che si rispetti ha una sua appendice che li contiene. E sono già stati pubblicati dizionari di sole abbreviazioni. La mania del regime nazista di esagerare con le sigle era stata in qualche modo assorbita e metabolizzata a livello popolare. Ed erano entrate a far parte dell’intercalare di ogni giorno. Così si poteva sentire per le strade di Berlino o di Dresda, KNIF che stava per Kommt nicht in Frage (nemmeno per idea). Oppure KAKFIT!, che stava per Kommt auf keinen Fall in Frage (ma nemmeno per sogno!) . C’era pure chi non rinunciava alla tentazione di rifare il verso a quest’abitudine, e coniava sigle quali POPO, con doppio senso comprensibile anche in italiano, che stava per Penne ohne Pause oben (dormi senza interruzione sopra). Era un modo scherzoso di augurarsi la buona notte con riferimento alle notti passate nelle cantine e nei rifugi durante i bombardamenti . Ma anche, forse, un modo per esprimere una larvata protesta, ritenuta forse l’unica possibile. Del resto anche durante il fascismo, in mancanza di una stampa di opposizione fiorivano le barzellette sul regime.
Al di là dell’effimera ironia, c’era ben poco da scherzare. Le prime misure prese dal regime furono di impedire agli ebrei di parlare, di leggere di comunicare con gli ariani. La bacheca dell’istituto universitario di Dresda, in cui Klemplerer insegnava, recava quest’annuncio: “Quando l’ebreo scrive in tedesco, mente […] In futuro se vorrà pubblicare libri in questa lingua dovrà designarli come traduzioni dall’ebraico ”. Qualsiasi documento di un ebreo, veniva bollato con il neologismo di Gruelpropaganda (propaganda a base di atrocità). Gli ebrei non potevano comprare o possedere giornali o libri, se non di autori ebrei . Non potevano andare al cinema, né tenere in casa una radio. Un ebreo poteva solo tendere l’orecchio ed ascoltare il discorsi dagli altoparlanti della radio installati in fabbrica o per strada. Ma, cosa ben più grave, non erano nemmeno padroni del loro nome. Chi non aveva un nome inconfondibilmente ebraico era obbligato ad aggiungere al proprio nome Israel, se maschio, e Sara se femmina. Nomi che venivano scritti sul documento di identità, dove, in precedenza, era stata stampigliata una grande J, iniziale di Jude. Il nome, così, è proprio il caso di dirlo, imposto, non si doveva mai ometterlo quando si firmava un documento e doveva essere ben indicato nella corrispondenza postale . Viceversa, per gli ariani erano vietati i nomi dell’Antico testamento: “Nessuna bambina [ariana] può chiamarsi Lea o Sara” . Non solo i nomi delle persone, ma anche quelli delle strade e delle città dovevano essere epurati e germanizzati , ad imitazione di quanto già intrapreso dal regime fascista italiano che aveva cambiato e latinizzato i nomi di alcune città . L’accanimento si esercitò non solo contro i nomi propri, ma anche contro i nomi comuni. Un ebreo che svolgeva una professione, non poteva più continuare a svolgerla se non rivolta ad altri ebrei. In tal caso avrebbe comunque dovuto cambiare il nome comune della sua professione. Ad esempio, i medici e gli avvocati che potevano esercitare solo per gli ebrei si chiamavano rispettivamente Krankenbehandler (curatore di malati) e Rechtskonsulenten (consulente giuridico) . I rapporti sessuali tra ebrei e ariani erano chiamati Rassenschande (disonore della razza) . Non era ammesso il matrimonio tra ebrei e ariani, e, se un’ariana, già sposata, non voleva separarsi dal marito, come nel caso della moglie di Klemperer, era una “puttana degli ebrei” . Più in generale era stata fissata una tassonomia, stabilita dalle leggi di Norimberga del 1938 sulla base della percentuali di “sangue ariano” posseduto: si andava dagli ebrei totali (Volljuden), agli ebrei per metà (Halbjuden), i misti di primo e di secondo grado (Mischlinge), i discendenti di ebrei (Judenstämmlinge) e, infine, i privilegiati, quelli che avevano contratto un matrimonio misto (prominentern) . Quest’ultima fu un’invenzione “di diabolica malvagità” che fece nascere tra gli ebrei stessi “le inimicizie più velenose” . Si poteva stare sul tram solo sulla piattaforma posteriore , si doveva portare la stella gialla a sei punte cucita sulla giacca. Il giorno più difficile per gli ebrei fu proprio, secondo Klemperer quel 19 settembre del 1941, in cui fu imposto quest’obbligo. Insomma “ogni ebreo con la stella portava con sé il proprio ghetto, come la chiocciola la sua casa” . E neanche nella casa, quella vera, c’era requie. Sulla targhetta fuori della porta doveva esserci una stella. Se la moglie non era ebrea, “la targhetta con il nome di lei doveva essere separata e recare l’indicazione “ariana”.
In generale la lingua del nazismo, era di un’estrema povertà. “Era come se avesse fatto un voto di povertà” . Nacque come lingua del Mein Kampf. Poi s’impossessò dell’esercito o meglio, tra queste due lingue, vi fu un’interazione, una reciproca contaminazione, in tempi successivi. In un primo tempo fu la lingua dell’esercito a influenzare la lingua del nazismo, per poi, a sua volta essere influenzata da quest’ultima. Ma, così povera, forse proprio perché così povera, si diffuse presto in tutta la società e influenzò diversi strati sociali e culturali, in fabbrica, per strada, nelle scuole, non esclusi gli ebrei stessi . Insomma quella che era una lingua di un gruppo, divenne una lingua di popolo. Era una lingua che non faceva distinzione tra scritto e parlato. Forse perché i suoi stereotipi, i discorsi politici erano a metà strada tra queste due forme. I mezzi di propaganda più efficaci, e quindi con maggiore capacità di penetrazione anche nella lingua, erano i monologhi di Hitler e Goebbels. La procedura di somministrazione dei discorsi era molto banale e ripetitiva. “Ogni venerdì sera, veniva letto a Radio Berlino un articolo di Goebbels, lo stesso che sarebbe stato pubblicato su “Il Reich” il giorno successivo. Per tutta la settimana, i temi trattati dell’articolo sarebbero stati, con la loro impronta ideologica, quelli più discussi su tutti gli altri giornali . In definitiva, Goebbels, dato che rispetto a Hitler aveva il vantaggio della maggior chiarezza e della maggiore frequenza d’apparizione, “era il solo a determinare quale fosse la lingua consentita” . Di monologhi si trattava . Non di dialogo. Il contraddittorio non esisteva nemmeno in chiave retorica. Non solo, ma, venivano prima scritti, per poi essere recitati. Quindi venivano sì prima scritti, ma già pensati per quando sarebbero stati letti, con le pause, le accentuazioni di tono, le prosodie ecc. Erano insomma degli ibridi. L’effetto maggiore non era però provocato dal contenuto dei discorsi, ma dal tono, dalle forme delle parole ripetute innumerevoli volte, imposte alle masse e ”quasi accettate inconsciamente”. Questi articoli erano, in fondo l’occupazione più importante per Goebbels. Persona di buona cultura, laureato in Filosofia ad Heidelberg nel 1921, con aspirazioni di scrittore e drammaturgo, fino ad allora frustrate , poteva finalmente dare libero sfogo alla sua fantasia. Pensava e ripensava alle sue battute e alle sue espressioni che preparava con cura. Aveva successo e popolarità. E se ne compiaceva . Era una lingua, la sua, che parlava direttamente alle masse, al popolo. Sul modello di Rousseau e delle grandi assemblee della Rivoluzione Russa . Ma era la prima volta che veniva fatto un uso politico della radio e delle grandi scenografie . Per certi versi era preso a modello Mussolini. Ma quest’ultimo “pareva tuttavia nuotare nella corrente sonora della sua lingua madre” […] Invece Hitler, anche quando adottava il registro della lusinga e del sarcasmo – i due registri che di preferenza alternava – parlava, meglio gridava, sempre in maniera spasmodica ”. Era una lingua “elettrica”. Perfino i caratteri tipografici sembravano percorsi dall’elettricità. Nelle tastiere delle macchine da scrivere, fu introdotto un tasto per la S di SS, derivato dal segnale dell’alta tensione, il cosiddetto Zackig, preso dal gergo militare (da cui: fulmine di guerra). E, dopo un periodo di gran libertà d’espressione e di stampa, di cui lo stesso movimento nazista si era avvantaggiato, d’ora in poi, con in nazismo al potere, veniva imposto l’obbligo del nulla osta di pubblicazione da parte del partito nazista (NSDAP, Nationalsozialistische Deutsche Arbeitpartei). La lingua ammessa, l’unica che si poteva pubblicare, era la lingua nazista, una lingua povera, anzi misera. Era una lingua mutilata. Non solo ognuno era obbligato a seguire lo stesso modello, ma con questa lingua si “poteva esprimere solo un lato della natura umana”. Le altre lingue, infatti, consentono di manifestare tutte le esigenze e gli atteggiamenti umani. Possono fare appello alla ragione, o al sentimento. Possono essere una semplice comunicazione, una domanda, una preghiera, lamento ecc. La lingua del nazismo si prestava solo al comando e all’esecrazione . Era molto semplice, Con molte ripetizioni . Aveva una forte impronta conativa. Si appellava alla volontà, ma, non alla volontà del singolo individuo. Faceva di tutto per “privare il singolo della sua natura d’individuo”, “anestetizzare la sua volontà” e “renderlo un elemento del gregge, senza pensiero e senza volontà” . Era una lingua della fede cieca, con chiare reminiscenze dal vangelo. Si credeva in LUI . Il registro dominante era quello religioso . Il tono e l’enfasi era quello tipico delle prediche. Il Reich, era “eterno” . Hitler era il Salvatore che agiva secondo la volontà dell’Onnipotente , guidato dalla Provvidenza . I caduti del Reich erano apostoli , che una volta morti sarebbero risorti . Il Mein Kampf era la Bibbia. La Fede cristiana si confondeva con quella in Hitler: anche in chiesa, nella preghiera più comune (il Padre nostro) la frase “venga il tuo regno (Reich) ” evocava un III Reich celeste (Himmelreich) . Le immense adunate avevano un carattere mistico , vale a dire di un rapporto diretto con il Divino.
Spesso si concludevano con un “Amen” .
Insomma la LTI era la lingua del fanatismo di massa .

2) Lessico della lingua del Terzo Reich
La lingua nazista, è stato detto, era povera. Sembrava aver fatto voto di povertà . Il Terzo Reich aveva coniato pochissimi termini nuovi. Forse “verosimilmente nemmeno uno” . In gran parte si rifaceva al lessico del tedesco prehitleriano. In minor misura ricorreva a prestiti stranieri. Ma pur con pochi interventi, e senza apportare grandi innovazioni, il nazionalsocialismo è riuscito a piegare la lingua al suo spaventoso sistema e a metterla al servizio dei suoi progetti di annientamento.
La sua forza, meglio la sua violenza, era esercitata soprattutto con il mutamento del valore delle parole, con la loro frequenza e ripetitività, con la trasformazione di quello che inizialmente era un gergo di caserma e di partito in un patrimonio comune. Appropriandosi di molte parole e trasformandone il valore, la Lingua del III Reich finiva con il requisire, per il partito, un patrimonio comune e ad impregnare “del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi ”. Nulla veniva lasciato al caso. La preparazione e la diffusione di un dizionario di lingua tedesca aggiornato alla “concezione dello Stato” nazista, era direttamente guidata da Goebbels. Particolare attenzione veniva posta anche ai dizionari, in uso nei territori occupati, che dovevano tradurre le espressioni del “dogmatismo politico”. Era una esplicita “forma di propaganda, dal quale”, lo stesso Goebbels si aspettava “risultati lusinghieri” . Si compiva, così, un’imposizione extralinguistica, vale a dire estranea alla lingua e ai suoi moti inconsci. La parola diventava strumento per la imposizione di un’ideologia . Con riferimento agli interventi coattivi sulla lingua si è parlato di verbicidio, logocidio, semanticidio .
Le parole usate dalla Lingua nazista sono poche e quelle poche si ripetono tante volte. Si potrebbe pensare che una lingua così intimamente retorica, nei suoi ripetuti appelli al sentimento faccia un abbondante uso dei punti esclamativi. Non è così. A differenza della tradizione della Romantik tedesca e dello Sturm und Drang che non li stavano a lesinare, l’uso, che di questi segni di interpunzione fa la LTI, è quasi moderato.
Ma, una spiegazione secondo Klemperer ci potrebbe essere: la LTI trasforma tutto in appello ed esclamazione, con “tanta naturalezza da rendere inutile il ricorso ad un apposito segno di interpunzione” .
Abbiamo visto che il lessico è povero. Ma di una cosa è ricco: di virgolette. Con queste sottolineature ironiche si vuole negare la parola dell’altro, e, in particolare, svuotare e devitalizzare il senso delle parole stesse. Per esempio Einstein non è uno scienziato, ma uno «scienziato». Churchill e Roosevelt non sono due statisti, ma due «statisti». Le vittorie dei rivoluzionari spagnoli sono «vittorie rosse» ecc ecc .
In questi casi le virgolette servono per imporre il criterio ortodosso di lettura. Il lettore o l’ascoltatore non deve poter decidere liberamente sullo spessore semantico della parola. Le virgolette vengono giustapposte o meno a seconda che il significato della parola debba essere preso per buono, oppure no. Sono come dei segni diacritici che impedendo una lettura soggettiva e individuale forzano il lettore nel senso dell’interpretazione imposta dal Partito. Ci sono alcune parole che senza le virgolette non possono comparire. Sono quelle, per le quali, appunto, le virgolette sono d’obbligo e non dipendono dal contesto. Sono quelle parole, il cui significato originario è stato espulso dal lessico. In questo modo, si vuole espellere il concetto che ad esse si accompagna. Si tratta di concetti e di parole quali la democrazia o l’umanità. Parole, queste, che non vengono mai lasciate circolare liberamente, ma, sempre, con i ceppi delle virgolette. Molto spesso, addirittura accompagnate, per sovrappiù, da uno o più epiteti, come per esempio quando veniva scritto: “venefica umanità ebraica” . Stessa sorte per le parole “intelligenza” e “obbiettività” . Un altro termine da cancellare e da stravolgere, attraverso l’uso ossessivo delle virgolette, è “sistema”, parola squalificata in quanto, già utilizzata per designare la Repubblica di Weimar, dai nazisti considerata la peggiore forma di governo . Ma nemmeno la parola “filosofia” è amata dal III Reich, e raramente circola senza virgolette, nonostante il Partito Nazionalsocialista pretendesse di avere una propria filosofia e potesse contare su un filosofo ufficialmente riconosciuto, quale Alfred Rosenberg . Così il termine “filosofia“ insieme alla filosofia stessa, in quanto tale, va in disuso e viene accantonato. Al suo posto un surrogato: Weltanschauung. Anschauen vuol dire: guardare con attenzione, contemplare con riferimento a un oggetto. Anschauen non riguarda mai il pensiero razionale. Infatti chi pensa compie un’astrazione, e distoglie i sensi dall’oggetto. Ma non riguarda nemmeno semplicemente un vedere con l’occhio, in quanto organo visivo. Piuttosto significa un vedere che va oltre il lato materiale ed esteriore, ma che riesce a cogliere l’anima di ciò che vede. Secondo Klemperer, Weltanschauung, parola già usata prima del nazismo, trasformata in surrogato di filosofia perde “il suo aspetto domenicale, divenendo parola che rimanda al quotidiano, al professionale ”. Uno dei suoi componenti “Schau” (punto di vista, visione) diviene una parola di culto per il nazismo, e finisce per ricoprire il significato di parata nazista . In pratica si verifica un passaggio dal tedesco Schau all’inglese show (esposizione, spettacolo). Siamo quindi in presenza di un cambio di valore semantico.
Alcune parole vengono del tutto cancellate e non circolano più, nemmeno tra virgolette. Questo tipo di intervento, che è stato chiamato “logocidio” , ha riguardato: Pressefreiheit (libertà di stampa), gelbe Gefahr (“pericolo giallo” non più di moda durante l’asse Roma-Berlino-Tokio), Völkerbund (Lega delle Nazioni), Stalingrad (dopo la sconfitta) .
Ci sono poi i casi di termini il cui valore semantico cambia di segno, da negativo a positivo, o viceversa. E’ il caso di fanatisch (fanatico). Fanatico, deriva dal latino fanum (il luogo sacro, il tempio). Fanatico, quindi, fin dall’origine viene ad indicare chi si trova in una condizione di estasi religiosa. Dall’illuminismo in poi, questo termine ha sempre avuto una connotazione negativa. Anche il corrispondente tedesco (fanatisch) ha avuto eguale sorte. Sempre è stato caricato di una forte negatività, riferito a persona pericolosa. Così era prima del terzo Reich. Lo stesso Hitler nel Mein Kampf (1926), parlava con disprezzo dei “fanatici dell’obbiettività” . In seguito, però, nell’uso comune, l’aggettivo ha finito col perdere anche la più lieve sfumatura negativa. Al punto da venir rispolverato e messo a lucido in occasione solenni, come il compleanno di Hitler, per indicare le “fanatiche professioni di fede” . Sorte simile ha avuto Aufziehen (allestire, metter su). Prima del Terzo Reich, questo verbo significava, riferito all’uomo: far di lui una marionetta, prenderlo in giro. Oppure sempre in senso peggiorativo, veniva utilizzato, per esempio, da un critico teatrale quando scriveva che un autore aveva “messo su” “costruito” “confezionato” una certa scena solo con mestiere, ma senza poesia. Fino a quando nel 1933 Goebbels dichiarò che il partito nazionalsocialista aveva messo su [aufgesogen] una gigantesca organizzazione . Diverso, e opposto, è il caso di Intellekt (intelletto), che in precedenza carico di un valore semantico positivo, dopo l’avvento del nazionalsocialismo, ha finito con l’essere associato a una capacità critica e distruttiva .
C’è poi il caso di quelle parole la cui frequenza d’uso aumenta esponenzialmente, sulla base delle esigenze del partito che le “arruola” e le fa proprie. Tra queste: Aktion (azione, operazione), Arbeit (lavoro), Blitz (lampo), Blut (sangue) Gesetz (legge, ma dopo uno slittamento semantico, destino), Schicksal (fato), Volk (popolo, ma con slittamento semantico, comunità fondata sulla razza), heroisch (eroico), Instinkt (l’istinto che guida l’uomo nordico), idealistich (nazista militante), Partei (partito) . Così, di pari passo con l’estendersi delle organizzazioni naziste, delle grandiose manifestazioni, e del carattere storico che alle stesse veniva immancabilmente conferito, si moltiplica l’uso di: historisch (storico), Staatsakt (atto ufficiale, cerimonia), organisch (organico).
Frequentissimo ed esteso l’uso di eufemismi. Tutto ciò che è sgradevole è meglio non nominarlo. Va lasciato intendere con un termine più rassicurante. Oltre al tristemente celebre eufemismo “soluzione finale ”, ricordiamo “soccorso volontario” invece di “tassa obbligatoria”, “prelevare” (holen) invece di arrestare, morto per “insufficienza cardiaca ” invece di assassinato con il gas ad Auschwitz. Spesso l’eufemismo sconfinava con il falso vero e proprio. E’ accaduto quando, non si è voluto nominare la parola resa a proposito della battaglia di Stalingrado, e si è addirittura organizzata una cerimonia funebre per la sesta armata e per il feldmaresciallo Von Paulus che avrebbe combattuto “fino all’ultimo respiro”. Ma che, in realtà, si era arreso ai Russi ed era vivo e in buona salute, anche se in cattività .
Un fenomeno diffuso nella lingua del III Reich era quello della reificazione, cioè dell’uso soprattutto nei riguardi degli ebrei, degli oppositori politici e dei nemici in genere, di parole prese dal lessico degli animali o delle cose materiali. I prigionieri non erano persone ma “pezzi” (Stuck), un’uccisione di massa di ebrei o zingari era una disinfestazione, i partigiani non venivano uccisi, ma “liquidati” o “trucidati” .
Si parlava anche di Ausradierung (cancellazione) e ausrotten (sterminare), Vernichtung (annientamento). Gli ebrei uccisi, e accatastati in montagne di cadaveri, non erano “morti”, ma figure (figuren) o stracci (Schnattes) . Nella categoria della reificazione possiamo far rientrare il termine Untermensch (sottouomo) per designare gli ebrei, evidente derivazione, per analogia, dall’Übermensch di Nietzsche, così come i termini per designare le professioni di medico e di avvocato esercitate dagli ebrei che erano declassate a Krankenbehandler (curatore di malati) e Rechtskonsulenten (consulente giuridico) . Più in generale per designare gli ebrei erano state adottate una serie di termini che tendevano a negarne l’appartenenza alla specie umana. Ce n’era una gamma intera: da artfremd (estraneo alla specie), per chi aveva il 25 per cento di sangue non ariano, a Niederrassig (di razza inferiore). Le relazioni sessuali con persone di razza non ariana erano denominate Blutschande (incesto) . In verità il processo di reificazione lessicale non investiva solo gli ebrei, ma anche i tedeschi “puri” con la forma della metafora tecnologica che li assimilava a delle macchine perfettamente funzionanti per il regime. Alcune metafore di questo genere erano presenti già nella Germania di Weimar, ma il loro uso, non ancora generalizzato, si limitava a verankern (ancorare) e ankurben (avviare, mettere in moto). Con il III Reich la loro applicazione agli uomini è esponenziale: eingestellt (orientare) gleichschalten (sincronizzare), Kraftröme (corrente di energia), überholen (revisionare). Insomma il perfetto tedesco doveva essere “ben orientato”, “guidato”, “sincronizzato” al resto della massa, rispetto agli obbiettivi fissati dal Reich, essere “carico di energia” e, se necessario “revisionato”. Non mancavano termini nuovi, derivati da eventi bellici, quali settembrizzare, liegizzare, coventrizzare, che prendevano spunto da date e luoghi di vittorie tedesche e di disfatte del nemico .
Tra i caratteri dominanti della LTI c’era la tendenza ai superlativi, agli eccessi, ai grandi numeri, all’enfasi, alla dismisura. Nel paragonarlo a Napoleone, che aveva combattuto in Russia con 25 gradi sotto zero, si diceva che Hitler “potrebbe farlo con 45 gradi, anzi con 52” . Per adornare le strade durante la visita di Stato di Mussolini c’erano voluti 40.000 metri di stoffa per le bandiere . Abbondavano gli aggettivi iperbolici come: eterno, storico, millenario, unico (einmalig, di una sola volta) . “E’ la sostituzione della quantità alla qualità, un americanismo della peggiore specie”, annota Klemperer .
Rispetto all’aspetto diacronico della LTI, Klemperer s’interroga, ma non sa dare una risposta definitiva. Si limita ad osservare che, con il procedere degli eventi e con la crescente spietatezza, si abbandonano i termini ironici, come “ebreuccio”, tipici del primo nazismo e del Mein Kampf. Col tempo anche ai nazisti passa la voglia di ridere. “La risata cambia smorfia, diventa una maschera dietro al quale cercano invano di nascondersi un’angoscia mortale e infine la disperazione” .
Ma questa lingua dell’odio non ha intossicato solo i tedeschi. Anche le vittime designate ne sono state affette. E assimilando il linguaggio del vincitore, sono state doppiamente vittime .
E’ una constatazione amara, ma che non può essere taciuta.
Ed è forse proprio questo, uno dei peggiori crimini del nazismo.

3) La Lingua del Terzo Reich e la neolingua di Orwell
Non possono sfuggire ad un osservatore attento, le analogie, molte, e le differenze, poche, tra la LTI, così come esposta da Klemperer, e la Neolingua, descritta da Orwell in appendice al suo “1984” .
Una lettura parallela può essere utile al fine di comprendere meglio il tentativo di usare la lingua per annientare il pensiero. Delle due lingue, la prima, quella del III Reich, si è storicamente affermata ed imposta ed è stata la lingua d’uso in Germania dal 1933 al 1945. La seconda, la neolingua, è solo un’invenzione letteraria. Ma non di pura fantasia si tratta. Orwell, da sempre attento ai fenomeni sociali ed umani, aveva, negli ultimi anni della sua vita, accentuato l’interesse per gli aspetti degenerativi delle dittature e il loro carattere invasivo e pervasivo per l’intera umanità. E andava descrivendo le possibili conseguenze, in forma di favola-incubo o di romanzo-utopia-in-negativo, ambientato in un futuro, 1984, che oggi è già passato.
Orwell scriveva nel 1948. Non è il caso, in questa sede, di verificare se, e in quale misura le sue previsioni si siano verificate. Limitiamoci a prendere in esame, in particolare, la Neolingua da lui descritta. In un paese immaginario di nome Oceania (un’Inghilterra trasfigurata), viene adottata come lingua ufficiale la Neolingua. La Neolingua dovrà obbedire alla necessità ideologiche del partito al potere (il Socing). Da notare che la lingua è imposta come lingua ufficiale, quando ancora “non c’era ancora nessuno che usasse la Neolingua come unico mezzo di comunicazione, sia a voce, sia per iscritto” . Il fine della Neolingua, non era solo quello di “fornire un mezzo per esprimere le concezione del mondo e per le abitudini mentali ” del partito al potere (qui si rivela da subito la tradizionale concezione strumentale del linguaggio), ma soprattutto quello di rendere impos¬sibile ogni altra forma di pensiero (qui, invece, si rivela la consapevolezza che la lingua è matrice del pensiero). La neolingua avrebbe dovuto sostituire l’Archelingua (la lingua madre preesistente, quella comunemente parlata) nel giro di due generazioni. Il tempo sufficiente perché, da un lato l’Archelingua venisse definitivamente dimenticata, e nello stesso tempo la neolingua potesse essere impartita fin dalla nascita, e così diventare la madrelingua. A questo punto, si sottolineava, che un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Partito al potere) sarebbe stato letteralmente impensabile , dato che, si ribadiva, il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso. Il lessico della neolingua era organizzato in modo che ad ogni significato dovesse corrispondere una e una sola un’espressione con quel significato esatto. Nello stesso tempo, ad altri significati non desiderati, non doveva corrispondere alcuna parola. Tutto ciò era ottenuto attraverso la soppressione di parole indesi¬derabili e l’eliminazione, in ogni singola parola dei significati eterodossi , vale a dire non conformi al pensiero unico del partito al potere. Per esempio, la parola libero, (proveniente dalla lingua precedente, l’Archelingua) esiste¬va ancora nella Neolingua, ma con un significato molto ristretto, dal momento che il concetto di libertà era stato abolito. Poteva essere usata solo in frasi come “Que¬sto cane è libero da pulci” . Non poteva essere utilizzato nel senso di “intellettualmente o politicamente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più, nemmeno come con¬cetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla. Al di là della soppressione delle parole eretiche, il vocabolario era ridotto al minimo ed erano stati aboliti tutte i termini di cui si potesse fare a meno. Erano state abolite tutte le sfumature di significato e le ambiguità. Ogni parola doveva essere una specie di suono staccato, che esprimeva una sola idea chiaramente intesa. Sarebbe stato del tutto impossibile usare il Vocabolario per scopi letterari, ovvero per discussioni politiche o filosofiche . Il Vocabolario della neolingua era diviso in tre sezioni.
La prima conteneva le parole indispensabili per la vita quotidiana: mangiare, bere, lavorare, vestirsi, dormire etc
La seconda era costituita da parole che erano state create deliberatamente per scopi politici, vale a dire parole che aveva¬no “non solo, in ogni caso, un significato politico, ma che erano, per l’appunto, intese a imporre un atteggiamento mentale, in una dire¬zione desiderata” .
La terza sezione era costituita da parole tecniche o scientifiche.
La speciale funzione di talune parole della Neolingua non consisteva tanto nell’esprimere significati, quanto nel distruggerli. Queste parole, ognuna delle quali aveva avuto in passato tanti significati erano state sostituite da un unico termine con un unico significato. Innumerevoli altre parole, come onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza e religione avevano semplicemente cessato del tutto di esistere. Il campo di concentramento s’indicava con l’eufemismo svagocampo . Il ministero dalle Guerra si chiamava ministero della Pace. Altre parole erano ambivalenti, nel senso che assumevano un significato, o il suo opposto nel caso che fossero riferite al partito o ai suoi nemici. I nomi di tutte le organizzazioni e le istituzioni doveva essere ridotto a una parola di poche sillabe, facilmente pronunciabile. E qui viene fatto l’esempio di una parola, Internazionale Comunista, che va abolita. Infatti può richiamare concetti quali un’universale fratellanza umana, bandiere rosse, barricate, Carlo Marx e la Comune di Parigi. La parola Comintern, invece, può restare nel vocabolario, perché suggerisce soltanto l’idea d’un’organizzazione ordinata e un ben de¬finito corpo di dottrine . Bisognava abbreviare le parole tutte le volte che fosse possibile . Bisognava rendere il pensiero indipendente dalla parola, al punto che un membro del partito sarebbe stato capace di esprimere opinioni corrette in modo au¬tomatico . Giorno per giorno il vocabolario doveva ridursi. “Ogni riduzione rap¬presentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scel¬ta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pen¬siero” . Lo scopo finale era quello di far articolare il pensiero dalla semplice laringe senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello . Alla fine “molti delitti ed errori si sarebbero trovati oltre la possibilità d’essere commessi, solo per il fatto che non avevano un nome e quindi non erano concepibili” . La storia era stata già riscritta dal Partito al potere. Certo alcuni frammenti di letteratura potevano ancora rimanere. Ma, nel futuro, tali frammenti, anche se avessero avuto la possibilità di sopravvivere, sarebbero stati inintelligibili e intraducibili. Non si poteva, infatti, tradurre qualsiasi proposizione di Archelingua in una corrispondente di Neolingua, a meno che essa non si riferisse a un qualche procedi¬mento tecnico .
Le somiglianze tra la lingua del Terzo Reich e la Neolingua sono notevoli. Le differenze riscontrabili sono, in gran parte dovute ai diversi contesti: la LTI, aveva a che fare con dei nemici, gli ebrei e gli oppositori politici, e dal 1940 in poi anche con un nemico militare, gli eserciti Alleati. La neo lingua, invece, doveva imporsi in un periodo di pace,
Anche le neolingua, come la LTI, è una lingua dal lessico povero, che tende a restringersi sempre più. Come la LTI fa un largo uso di eufemismi. Come nella LTI, alcune parole vengono abolite, perché se ne vuole abolire il concetto. Di altre,come nella LTI viene fortemente limitato il campo semantico. Come la LTI predilige le abbreviazioni e le sigle ecc ecc. Ma, al di là di ogni altra considerazione, la più forte somiglianza tra queste due lingue resta, in fondo quella più sostanziale, che da quest’esposizione parallela, appare evidente e che è in fondo l’elemento costituivo e il fine ultimo di entrambe: l’annientamento di ogni forma di pensiero e quindi dell’intera umanità.

L'assimilazione impossibile

(Monaco. 10 maggio 1933: rogo dei libri)



Un paradigma della storia dell’ebraismo
Secondo la definizione di Kuhn , un paradigma è “un’intera costellazione di credenze, valori e tecniche condivisi da una determinata comunità”.
Quando appaiono un certo numero di anomalie che il paradigma esistente non riesce a spiegare si entra in un periodo di crisi che sarà risolto da un nuovo paradigma, cui corrisponde una rivoluzione, vale a dire una rottura epistemologica, che finirà, a sua volta per ottenere il consenso della comunità scientifica.
Hans Kung, che adotta esplicitamente il punto di vista kuhniano , scandisce la storia dell’ebraismo, attraverso sei paradigmi e cinque rotture (o rivoluzioni):
1) Il paradigma tribale del periodo prestatale
a) conquista della Terra
2) Il paradigma regale del periodo monarchico
b) esilio di Babilonia
3) Il paradigma teocratico del giudizio post-esilico
c) distruzione del Tempio di Gerusalemme
4) Il paradigma rabbinico sinagogale de medioevo
d) dichiarazione dei Diritti dell’uomo
5) Il paradigma assimilazionista della modernità
e) Olocausto e Stato di Israele
6) Il paradigma del postmoderno

Nell’ambito della nostra ricerca c’interessa soffermarci sul paradigma assimilazionista. Questo paradigma ha dominato lungo un periodo le cui date di inizio e di fine, si pongono rispettivamente, quella d’inizio tra il 1776 e il 1779 (dichiarazione dei diritti dell’uomo negli Stati uniti e in Francia), quelle di fine tra il 1933 e il 1947 (insediamento al potere di Hitler e costituzione dello Stato di Israele).

L’assimilazione, come anticipato, prende inizio con la dichiarazione dei diritti dell’uomo, secondo la quale “gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti”. Tutti gli uomini. Di tutte le razze, di tutte le religioni, di tutti i sessi. Quindi anche gli ebrei.
La culla di questa nuova cultura fondata sulla Ragione e sull’uguaglianza è l’illuminismo, quindi soprattutto la Francia, ancora prima della rivoluzione francese. Ma fin da subito, o meglio prima ancora che, questo nuovo paradigma, per dirla con Kuhn riesca ad imporsi, sorgono i primi problemi e le prime lacerazioni, che rimarranno come delle stigmate a funestare questo processo durato più di 150 anni.
Due visioni, infatti, si contrappongono in questo paradigma fin dalle sue radici. Questa polarità di opposizioni, nell’ambito dell’illuminismo francese, si può ben rappresentare, con gli atteggiamenti rispetto all’assimilazione da una parte di Montesquieu, dall’altra di Voltaire.
Da un lato Montesquieu, il quale esprimeva una posizione quasi isolata, riteneva che gli ebrei dovessero godere degli stessi diritti di tutti gli altri in quanto ebrei e non soltanto come cittadini.
Dall’altro lato Voltaire, il quale, nonostante che, forse più di ogni altro, avesse contribuito alle idee dell’illuminismo, e quindi spianato la strada all’assimilazionismo, detestava gli ebrei in quanto tali e arriva a chiamarli “compagnia di lebbrosi”
In sintonia con Voltaire erano anche Diderot e d’Holbach.
Un’eco di questa tensione oppositiva si trova nella posizione di Wilhelm Von Humboldt, così come descritta da Hannah Arendt in un suo articolo del 1946 , vale a dire in una fase in cui, a guerra finita si facevano i conti con la storia e con il fallimento dell’assimilazionismo. Da una lettera di Humboldt, definito uno dei pochi autentici democratici tedeschi , Arendt cita una frase paradossale e criptica “Io amo davvero soltanto l’ebreo en masse, en détail lo evito accuratamente” .
Humboldt, spiega Arendt, era un vero democratico proprio perché “mirava a liberare il popolo nel suo insieme rifiutando di riconoscere speciali privilegi ai singoli ”.

L’idea che l’ebraismo stesso non fosse compatibile con l’illuminismo, in quanto prigioniero del paradigma rabbinico talmudico, era un luogo comune. Questa opinione fu smentita dall’opera e dalla vita di Moses Mendelssohn, il primo illuminista ebreo, difensore della religione ebraica, fondatore dell’Haskalà, il movimento dell’illuminismo ebraico che sosteneva sia la teoria illuminata, sia l’osservanza della Legge ebraica.
Mendelssohn spese gran parte delle proprie energie per sviluppare un dialogo con gli illuministi non ebrei. Solo Christian Wilhelm Dohm rispose all’appello con il suo scritto, ispirato alla tolleranza, “Sul miglioramento delle condizioni degli ebrei” (1781) che ebbe grande risonanza nella Germania dell’epoca.
Il fine dichiarato di Mendelssohn era quello di conciliare ebraismo e modernità. Rimase sempre fedele alla religione ebraica e si rifiutò, a differenza di Heine, di battezzarsi, di pagare,cioè, quello che lo stesso Heine aveva definito il “biglietto d’ingresso nella cultura europea” . In una sua opera tarda , Mendelssohn sostiene che l’ebraismo non impone delle particolari opinioni dottrinali. E’ piuttosto una religione rivelata che invita non tanto all’accettazione di contenuti, vale a dire all’”ortodossia”, quanto alla “ortoprassia”, vale a dire al rispetto della Legge, a cui, però, solo gli ebrei sono tenuti . Tuttavia il conflitto ebraismo-modernità non trovò una conciliazione nemmeno nella stessa famiglia di Mendelssohn, dove si risolse a sfavore dell’ebraismo. I suoi figli e i nipoti, quindi tutta la sua discendenza, finirono col farsi battezzare. Più in generale quello del battesimo di convenienza, o del lento abbandono delle pratiche religiose tradizionali, fu un segno di come l’assimilazione consistesse, e come tale fosse vissuta fin dall’infanzia, nell’opportunità di partecipare ad un mondo meraviglioso, da cui in precedenza si era stati esclusi . Nello stesso tempo l’assimilazione veniva vissuto con la vergogna tipica dei parvenus .


L’assimilazione in Europa e negli Stati Uniti
Il primo paese a riconoscere diritti di uguaglianza fu, prima ancora della Rivoluzione francese, la Germania, del monarca illuminato Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’Austria. Gli editti di Tolleranza riconoscevano uguale dignità umana, come cittadini, ma non come ebrei. Un corollario di questi editti che furono promulgati in tempi diversi dal 1781 al 1789 e che interessarono la Boemia, la Moravia, L’Ungheria, la Galizia, era l’imposizione, male accolta dagli ebrei, della assunzione di cognomi tedeschi quali: Schwarz, Weiss, Rosenthal, da “acquistare” secondo “le possibilità finanziarie” .
Negli Stati Uniti la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1776 stabiliva eguali diritti per tutti, quindi anche per gli ebrei.
Tredici anni dopo la Rivoluzione francese stabiliva, con una risoluzione, che tutti gli ebrei che avessero prestato giuramento come cittadini francesi avrebbero ottenuto pieno diritto di cittadinanza. Naturalmente anche in questo caso non in quanto ebrei, ma in quanto singoli cittadini.
Gli eserciti francesi, durante il periodo napoleonico esportarono i loro codici ei loro diritti a tutti i paesi d’Europa che andavano via via occupando.
Il codice napoleonico prevedeva l’abolizione dell’obbligo di vivere nel ghetto, del divieto di esercitare certe professioni e dell’imposizione di balzelli speciali per gli ebrei. Interessante anche l’istituzione di un nuovo ordinamento concistoriale delle comunità riconosciuto dallo Stato.
Il Metternich a partire dal 1815 tentò, in qualche caso con successo, di ripristinare la situazione precedente. Ma questo tentativo di restaurazione fu sostanzialmente controbilanciato dalla rivoluzione del 1848. In Russia con l’eccezione di un’esigua élite ebraica, costituita da ebrei di corte e ricchi commercianti, la grande massa, sotto l’influsso spirituale dei Chassidim non fu minimamente toccata.
In Italia le tappe dell’emancipazione furono scandite dal processo di unità nazionale.
Nello Stato pontificio rimaneva il ghetto con tutte le sue storiche restrizioni. Pio XI fu anche al centro dello scandalo internazionale del rapimento di un bambino ebreo al fine di dargli un’educazione cattolica contro la volontà dei genitori. Finalmente nel 1870 caddero i muri del ghetto e gli ebrei di Roma, divennero, come gli ebrei nel resto dell’Italia, cittadini con pari diritti.
In particolare l’Italia, proprio per il particolare processo di formazione dello stato unitario, fu uno dei paesi dove l’assimilazione, nei suoi diversi aspetti, giunse a maggiore compiutezza, come fece notare, nei quaderni del carcere, Antonio Gramsci .
Di sicuro l’antisemitismo, imposto con le leggi razziali del 1938, non fu mai il sentimento dominante degli italiani . Di questo e del fatto che non era stata imposta la stella di Davide agli ebrei si lamenterà Goebbels nel suo diario (1942).


Simbiosi parassitaria o simbiosi armonica?
Nella storia dell’ebraismo si è parlato di simbiosi a proposito di fenomeni diffusi di interazione culturale.
In particolare s’è parlato, di simbiosi con riferimento a tre diverse situazioni storiche.
La simbiosi giudaico–ellenistica, sviluppatasi dopo l’esilio degli ebrei ad Alessandria.
Poi la simbiosi ebraico-spagnola che ebbe la sua culla in Andalusia e che fu tragicamente interrotta nel 1492 da Isabella di Spagna .
Infine, ed è questa che ci interessa, la simbiosi ebraico-tedesca.

Sul termine simbiosi, di recente si è sviluppata una disputa tra la redazione di Pardés e Enzo Traverso. Quest’ultimo, nella sua analisi del fenomeno risale alla genealogia del termine simbiosi (in tedesco, Symbiose).
Il termine, di chiara derivazione greca (composto da Syn e da Bios) sembra sia stato coniato nel 1879 dal botanico Anton de Bary. Secondo la definizione del Petit Robert, “simbiosi” sta a indicare “l’associazione durevole e reciprocamente proficua di due organismi viventi”. Ma nel 1922 il biologo francese de Caullery definiva il parassitismo come una forma particolare di simbiosi, in cui un organismo si nutre a spese dell’altro.
Per questo motivo, secondo Enzo Traverso, l’immagine, diffusa dall’antisemitismo, dell’ebreo parassita deriverebbe proprio da questo termine.
A Enzo Traverso risponde la rivista Pardés. Nella presentazione di un numero monografico dedicato proprio alla simbiosi ebraico tedesco si porta a testimone il Dizionario della lingua italiana Treccani che definisce il termine “stretta unità, intima associazione, coesistenza, compenetrazione di fatti ed elementi diversi”. Quindi conclude Pardés, nell’immaginario collettivo, simbiosi ha un rimando positivo, non riconducibile al concetto di parassitismo.
Per la verità, a parte la stranezza filologica di mettere a confronto un dizionario francese con uno italiano per discutere il valore semantico di un termine tedesco, sembra che abbiano un po’ ragione, e un po’ torto tutti e i contendenti. Il fatto è che esistono entrambe le accezioni. E possiamo portare come esempio (non come prova, perché altrimenti ricadremmo nello stesso errore, da poco denunciato, di usare con disinvoltura dizionari di qualsivoglia lingua) il Battaglia .
Questo dizionario presenta, con eguale dignità e rilievo tipografico, due accezioni: simbiosi parassitaria e simbiosi armonica. La prima in riferimento a un organismo che si nutre a spese dell’altro. La seconda è relativa a una situazione contrassegnata da reciprocità e scambio fra due organismi.
A questi due diversi partiti filologici, in disputa tra loro, vengono fatti corrispondere, con qualche ulteriore forzatura di troppo, altretttante valutazioni del fenomeno.
Per Traverso, Auschwitz rappresenta lo sterminio fisico, ma non la fine della cultura ebraico tedesca. Già prima di Auschwitz, questa, infatti, era stata preservata dagli esuli. Per esempio dalla scuola di Francoforte, in esilio.
L’elenco dei nomi, portati come esempio, è significativo . Anche se ci vogliamo limitare al dopo Auschwitz è notevole: Canetti, Elias, Fromm, Loewenthal, Goldmann, Kracauer, Arendt, Marcuse, Bloch, Anders, Celan, Bettelheim, Amery.
Viene subito da osservare che molti di questi personaggi non sono certo mai stati assertori di nessuna simbiosi ebraico tedesca. Addirittura, con buona dose di temerarietà, viene aggiunto all’elenco anche Scholem, il quale, forse più di ogni altro, si è sempre opposto ad ogni concetto di simbiosi ben prima dell’avvento di Hitler.
Scholem resterà sempre coerente con questo suo orientamento, che si rafforzerà, come naturale, dopo lo sterminio e la scomparsa anche fisica, dell’intellettuale Ebreo in Germania . Su questo punto Scholem non ha torto.
La morte fisica è irreversibile e segna la fine della cultura ebraico tedesca.
In fondo è quello che i nazisti avevano voluto .

Per Pardés, a differenza di Traverso, la simbiosi è finita. L’identità ebraica è un dialogo. L’incontro tra ebreo e tedesco si può ottenere nel dialogo: “dialogo, una ricerca, anche un contraddittorio […] la posta in gioco: i rapporti d’amore tra le diverse identità, […] Il movimento come archetipo identitario, genera l’incontro con le parti più sconosciute, quindi più fertili della propria identità. Da questo movimento interno nasce la capacità dell’incontro con l’altro, nella fattispecie ebraico-tedesco (“Io e Tu”). […] E’ l’esatto contrario della visione etnocentrica, che è soluzione preesistente al dialogo, ammesso che lo preveda .
Se vogliamo ricondurre il ragionamento alle nostre premesse iniziali , Pardés sembra voler dire che il paradigma dell’assimilazione, non è più in grado, se mai lo è stato in passato, di fornire spiegazioni soddisfacenti di quel grande fenomeno dell’incontro tra l’ebreo e il tedesco.
Un altro paradigma, sembra, a tal fine, il solo adeguato: quello del dialogo, dell’ “Io – Tu”, del movimento verso l’altro, senza ritorno, senza appropriazione.


Monologo o simbiosi?
In realtà, quello che è mancato, per poter parlare di “simbiosi armonica”, è proprio lo scambio reciproco, tanto che qualcuno ha parlato di monologo ebraico . Questa “simbiosi” si realizzò grazie all’appropriazione e alla trasformazione del Geist tedesco ad opera della cultura ebraica e non in virtù della convergenza tra due tradizioni culturali . Non c’è stata la fecondazione e l’arricchimento reciproco.
Nemmeno nei non pochi casi di grandi amicizie tra un tedesco e un ebreo tedesco, si può dire che l’ebraismo abbia svolto un ruolo, se non marginale. Così è stato fra Hegel e Eduard Gans. Tra Marx ed Engels. Così come, in fondo, è stato, con qualche eccezione, specie nell’ultimo periodo, nell’amicizia tra Hannah Arendt e Karl Jaspers.
Tra Benjamin e Brecht, il ruolo giocato dall’ebraismo è addirittura inesistente. L’ebraismo era visto da Brecht con derisione . Possiamo dire che le eccezioni, parziali, costituite da quegli intellettuali tedeschi non ebrei che hanno attinto con profitto alla cultura ebraica, si contano sulle dita di una mano: Christian Wilhelm Dohm , Max Weber , Franz Joseph Molitor , Thomas Mann .
La simbiosi ebraico tedesca, fenomeno appariscente e di grande rilievo è, in realtà “una gigantesca esplosione di creatività ebraica, nata dall’incontro di una tradizione millenaria con il Geist tedesco” .
Stefan Zweig, nel suo libro autobiografico “Il mondo di ieri”, ricorda come, a Vienna, il contributo degli ebrei nell’arte, unico campo in cui non venissero discriminati, fu assolutamente preponderante .
In realtà gli ebrei furono sempre, in quanto tali, discriminati. Quando ciò non accadeva, questo avveniva al costo della rinuncia, volontaria, consapevole o meno, della loro specifica identità. Il caso di Rosa Luxemburg, giunta al vertice delle organizzazioni del movimento operaio, è emblematico. Donna, ebrea, polacca aveva, volontariamente rinunciato a tutte queste identità.
Ma il discorso su Rosa Luxemburg è assai più complesso, e non può essere liquidato in poche righe.


Ebreo come paria e come parvenu
Prima ancora di Hannah Arendt, è stato Max Weber a elaborare la figura di Ebreo come “paria”.
Già nel 1922 nella sua “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” Weber si riferisce agli ebrei come al popolo paria (pariavolk).
In india i paria sono un popolo–ospite (Gastvolk) separato dall’ambiente sociale .
Weber considera gli ebrei come rappresentanti di un capitalismo avventuriero, diversamente dai protestanti, dotati di un ethos puritano che consente loro di adattarsi all’industria moderna.
Gli ebrei vengono distinti dai paria indiani, sulla base di alcuni tratti pertinenti che, così vengono indicati: a) non hanno cittadinanza, e quindi sono stranieri; b) vivono negli interstizi stranieri e non sono concentrati in un solo territorio; c) la loro separazione non è imposta, ma è il frutto di una volontà legata a considerazione religiose; d) non lavorano la terra, ma formano delle comunità urbane; e) possiedono una doppia morale, una all’esterno e una all’interno della comunità ebraica; f) manifestano una tendenza all’endogamia.
Weber, che era un conoscitore del Talmud, aggiunge che il tradizionalismo ebraico avrebbe contribuito a emarginarli verso una condizione premoderna.
Un altro elemento che distingue i paria indiani da quegli ebrei è il messianismo di questi ultimi. Gli indiani, a loro volta, sono contraddistinti dalla rassegnazione nella attesa della metempsicosi.
Bernard Lazare, al contrario di Max Weber, vede nel popolo ebraico uno spirito calcolatore, che non discende dalla tradizione religiosa, ma che, invece, è il risultato degli effetti provocati dalla riforma protestante sulle comunità ebraiche . Senza dubbio il contributo più originale di Bernard Lazare è quello di aver trovato una positività nel paria, visto non più solo come un vinto, ma come l’orgoglioso detentore di una tradizione nascosta: “la fierezza di essere paria, e soprattutto di essere ebreo, di cui si vorrebbe fare il padrone del mondo. La voluttà di conferire nobiltà alla propria infamia, di fare un regno del proprio avvilimento” ,
Ma se, da un lato l’assimilazione creava la figura del paria, dall’altro, quasi come contrappeso, fa emergere la figura, in qualche misura speculare, del parvenu.
Il parvenu è colui che rinuncia alla propria identità, alla sua storia, alla sua tradizione, ai suoi valori, alla sua legge. Non ha più orgoglio, né spirito di rivolta. Si vergogna di se stesso e della sua origine.
Hannah Arendt, nei primi anni del suo esilio francese, scopre “Le fumier di Job”, il libro postumo di Bernard Lazare pubblicato nel 1928 e misconosciuto. Ne rimane impressionata. Sono gli stessi anni nei quali elabora quasi tutta la biografia di Rahel Varnhagen, poi sospesa e pubblicata molto più tardi, nel 1958 .
Rahel Varnhagen, è un’ebrea assimilata, ricca, intelligentissima, non bella, animatrice a Berlino, di un salotto culturale frequentato dai più bei nomi della Germania del tempo. Dai fratelli von Humboldt, a Schleiermacher, ai fratelli Schlegel, von Kleist, Heine. Nella prima parte della sua vita è una parvenu. Si vergogna di essere ebrea. La sua vergogna deriva dall’impossibilità di uscire dall’ebraismo, e nello stesso tempo dall’impossibilità di viverlo in modo naturale, di sentirsi a casa sua, chez soi, nel mondo.
Cerca il successo. Soprattutto vuole essere accettata. Cerca l’amore di uomini più giovani, anche se meno intelligenti di lei. Poi il cambiamento. Capisce che non può e non deve rinunciare alla sua ebraicità. Capisce che la sofferenza rafforza il suo spirito “devo dunque - scrive nel suo diario – lasciar cadere tutto su di me, come il temporale se sono senza ombrello” . Insomma si fa paria.
Qualcuno ha ipotizzato, non solo una simpatia, ma addirittura un’identificazione della stessa Arendt con questo personaggio. E qualcun altro ha trovato che la condizione di paria si applica non solo agli ebrei, ma anche alle donne.
In una lettera a Jaspers, con riferimento a Rahel, Arendt elenca le qualità dei paria: amore, alberi, bambini, musica .
Dalla figura di Rahel e dal libro della Arendt, Scholem, in una lettera a Benjamin, trae lo spunto per definire l’assimilazione ebraico tedesca come “un’alleanza costruita sull’inganno” .
La figura del paria ha avuto anche le sue fortune cinematografiche.
Basta pensare a Charlot, o, molto più di recente, al Zelig di Woody Allen

2.6 Herzl campione di parvenu
Hannah Arendt considera, in opposizione a Lazare, Herzl non solo il teorizzatore, ma anche il prototipo del paria. Questo personaggio, ritenuto il padre del sionismo politico, di cui redasse il manifesto , con la sua ambizione e il suo comportamento improntato all’imitazione e al sostanziale rifiuto della propria ebraicità, incarna la figura del parvenu. La forma statuale cui si ispirava, nel disegnare il nuovo Stato ebraico, era quella del Reich Tedesco. Sognava di esserne il cancelliere. Tanto è vero che nel gennaio 1904, pochi mesi prima della sua morte, descriveva nei suoi diari un sogno a tal riguardo significativo. Stava solo, in una barca in mezzo al mare, con l’imperatore tedesco . A partire dal 1896, anno successivo al processo e alla degradazione di Dreyfus, fino alla sua morte prematura, l’attività principale di Herzl consiste nel partecipare a incontri, da potenza a potenza, con capi di stato e notabili di tutto il mondo: il kaiser tedesco, il sultano ottomano Abdul Hamid II, il responsabile delle colonie britanniche Joseph Chamberlin, il papa Pio X, il re d’Italia Vittorio Emanuele III, il ministro degli interni zarista Plehve. A quest’ultimo, senza dubbio il principale e diretto responsabile dei pogroms, propone un improbabile scambio: la cessazione di ogni attività da parte dei rivoluzionari ebrei russi in cambio dell’appoggio da parte del regime zarista al movimento sionista .
Questa sorta di “intelligenza” con il nemico non deve meravigliare, se si pensa con quanta grande spregiudicatezza riteneva di servirsi dell’antisemitismo, come un alleato per la fuoriuscita degli ebrei dalla Germania e la costituzione di uno stato ebraico. Come ricorda Hannah Arendt, Herzl era convinto che “più un uomo era antisemita, più avrebbe apprezzato i vantaggi di un esodo degli ebrei dall’Europa”
La lingua ufficiale del nuovo stato doveva essere il tedesco. Non certo l’ebraico, lingua morta. Ma nemmeno l’yiddish molto diffusa tra gli ebrei askenaziti. Anzi, per Herzl era ora che gli ebrei abbandonassero finalmente questo “dialetto degenerato e corrotto che utilizziamo oggi, questa lingua del ghetto” . Così dicendo, mostrava di disprezzare il ghetto e i suoi abitanti, vale a dire, in fondo, gli stessi ebrei e, in ultima analisi, se stesso. .
In poche parole il nuovo stato da fondare in Palestina (ma non necessariamente in Palestina), altro non avrebbe dovuto essere che la copia in miniatura della Germania o dell’Austria. Appare condivisibile allora la tesi di Enzo Traverso, che - secondo Herzl - vittime di un’Europa fondata sul principio degli stati nazionali, essi [gli ebrei] non dovevano combattere questo sistema che li escludeva, ma conformarvisi totalmente. … La sua [di Herzl] idea di uno stato ebraico […] tradiva in realtà un desiderio profondo di assimilazione. […] Si trattava di ‘normalizzare’ la condizione ebraica non contro ma nel rispetto dell’ordine esistente. La creazione di uno stato ebraico rappresentava agli occhi di Herzl il mezzo per giungere a una soppressione radicale e definitiva dell’alterità ebraica nella diaspora” .

Franco Maria Fontana, 2003

Recensione a "Auschwitz, il presente e il possibile" di Maria Bacchi e Fabio Levi. ed. Giuntina, Firenze 2005




Questo libro vuole essere una riflessione sulla necessità di insegnare Auschwitz e sui problemi che da questo compito derivano. E’ il risultato di un’esperienza sul campo durata più di due anni. E’ un libro sia teorico, sia descrittivo. E’ destinato agli insegnanti, ma anche a tutti quelli che, come Maurice Blanchot, non riescono a pensare “ad altra cosa che ad Auschwitz”.
E’ un dato di fatto che da alcuni anni si sta, sempre più, facendo strada la necessità di insegnare Auschwitz.
Numerosi sono i segnali in questo senso. Nel 1996 viene esteso lo studio del Novecento che diventa il programma esclusivo di Storia negli anni terminali dei cicli scolastici. Nel 2000 una legge dello stato italiano istituisce il 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz, come giornata della memoria. Due anni prima la Commissione Vaticana per i rapporti con l’ebraismo, , nel chiedere perdono agli ebrei, aveva affermato, con grande evidenza, il dovere della memoria.
Ma già fin dai primi anni 90 qualcosa si era mosso. Nel 1993 un importante Convegno su Shoah e deportazione nella didattica della storia, tenuto a Torino aveva posto le basi, anche teoriche per l’insegnamento della Shoah . Le iniziative sono tante e non si possono contare. Ci limitiamo a ricordare l’eccellente prontuario messo a punto da Clotilde Pontecorvo, inviato a tutte le scuole da parte del Ministero della Pubblica Istruzione e disponibile su Internet . Consiste in poche indicazioni, semplici, ma preziose, quasi un vademecum del buon insegnante:
a) evitare le rappresentazioni realistiche e i resoconti raccapriccianti;
b) favorire lo sviluppo di somiglianze e differenze con i perseguitati “anche usando storie di bambini”; al fine di favorire processi d’identificazione;
c) mostrare come la discriminazione di alcuni ha significato per altri un vantaggio economico e sociale;
d) collegare la discriminazione di allora a quella di oggi nei confronti non solo degli ebrei, ma degli attuali “diversi”;
e) stimolare e valorizzare la memoria familiare dei genitori e dei nonni.
Insomma sono finalmente lontani i tempi in cui Se questo è un uomo veniva ignorato o boicottato dai grandi editori.
Dobbiamo, allora, essere soddisfatti e pensare, che il problema della coscienza e della conoscenza su Auschwitz sia in via di soluzione?
Niente affatto.
Tutte queste pur lodevolissime iniziative, ciascuna da sola, e anche prese tutte insieme, non risolvono il problema. Anzi, mostrano tutta la loro inadeguatezza.
Per esempio, il livello di razzismo e di antiebraismo nel nostro paese, come anche nel resto di Europa, non è diminuito. Al contrario, ci giungono preoccupanti segnali di allarme. Lo testimonia il Rapporto 2003 dell’Osservatorio europeo dei casi di razzismo e xenofobia (EUMC) che registra un aumento delle manifestazione antisemite soprattutto in Francia Belgio, Regno Unito e Olanda. Ma anche in Italia gli “incidenti antisemiti” passano da 50 nel 1995 a più 100 nel 2002. Il rapporto, che mette in relazione l’aumento delle manifestazioni di antisemitismo con il conflitto arabo-israeliano, denuncia anche, senza però quantificarlo, un preoccupante aumento “dell’antisemitismo da salotto”, in cui “viene data voce all’antisemitismo latente”.
E’ evidente, allora, che bisogna insistere, fare di più, di meglio, di diverso.
Auschwitz, il presente e il possibile è la testimonianza, di una delle più significative iniziative prese in Italia per insegnare la Shoah. Il progetto è stato promosso dall’Istituto mantovano di Storia contemporanea, con la convinzione dichiarata che si potesse parlare senza difficoltà di un argomento così importante e che su temi tanto cruciali fosse possibile “cogliere modi e forme dei processi di formazione dei pensieri nei giovani”. I destinatari dell’iniziativa sono stati 250 preadolescenti (11-14 anni, di V elementare e III media) dell’area urbana e dell’immediata periferia di Mantova, senza distinzione di ceto, compresi anche numerosi ragazzi problematici dal punto di vista sociale e, come tali, considerati “esposti a devianza”.
La preadolescenza, come viene messo in chiaro dagli autori è l’età negata, l’età invisibile. L’adolescente tipo non esiste ed è solo una costruzione massmediatica.
Ma allora, chi è l’adolescente che ascolta le lezioni sulla Shoah?
Nel 1986 Primo Levi si era accorto che Auschwitz veniva letto nelle scuole come un evento lontano nel tempo, estraneo e remoto, come se si trattasse della guerra di indipendenza americana.
Il libro tenta una tassonomia dell’allievo tipo. Individua, per primo, il tipo “nuovo Franti”, citazione di citazione di citazione (da De Amicis, a Eco, a Starnone). Il “nuovo Franti” si beffa della Resistenza, simpatizza per i naziskin e seduce il buon Garrone con la sua voglia di trasgressione. Al lato opposto c’è quello che viene definito “l’ultimo studente di Primo Levi”. In una intervista rilasciata poco prima di morire Levi, infatti, descrive questo studente come ben pasciuto e composto ascoltatore del reduce di Auschwitz invitato dalla scuola. Ma al momento di prendere la parola, lo studente in questione si rivolge al sopravvissuto consigliandogli di usare “una pistola al raggio verde per spezzare il reticolato e fuggire in un’astronave”.
Tra questi due studenti ideal-tipo posti ai due estremi, c’è, secondo gli autori, un’immensa zona grigia “ancora più deprimente da affrontare, una maggioranza silenziosa soddisfatta e impenetrabile”.
Questa la pars destruens dell’analisi.
Ma, per gli autori è solo uno dei punti di partenza.
E infatti, subito, gli stessi autori osservano che, se questi ragazzi, ovvero la grande massa grigia, tacciono, forse è perché noi li concepiamo più come nostri “ascoltatori” che come nostri “interlocutori”.
Non è questa un’osservazione marginale.
La necessità di porre al centro “la persona con cui si sta dialogando”, vale a dire l’Altro, scritto a più riprese con la A maiuscola, alla maniera di Lévinas, orienta e guida, infatti, tutto il lavoro dei due autori. Questa scelta è assunta con piena coscienza e trasparenza fin dall’incipit del libro stesso, con una citazione, posta in esergo, tratta dal Teeteto, il dialogo di Platone che getta le basi dell’epistemologia occidentale e che mette in risalto, tra l’altro, la funzione maieutica dell’educazione.
Del resto, se l’allievo, in quanto interlocutore è esplicitamente messo al centro, è soprattutto la figura stessa dell’insegnante che, con altrettanto chiarezza, viene posta in discussione.
Tutte queste considerazioni che valgono, per l’educazione in generale, si rendono ancora più urgenti e imprescindibili per chi vuole insegnare non una materia qualsiasi, ma un evento della portata di Auschwitz. In proposito, a sostegno della bontà del metodo scelto, gli autori ricordano e rivendicano quanto alla fine degli anni 60 aveva scritto Adorno sulla necessità di evitare che si ripetesse una rottura dell’umanità come quella che si è verificata con Auschwitz. Secondo il pensatore francofortese, le condizioni che rendono possibile una tale rottura sono insite nelle strutture oggettive della nostra società. Pertanto la risposta all’imperativo etico “mai più Auschwitz” non può che passare, a sua volta, per la trasformazione delle condizioni e delle strutture che hanno reso possibile il disastro. Gli strumenti privilegiati, secondo Adorno, sono la pedagogia e l’educazione. Siccome Auschwitz è il frutto delle coscienze, chi vuole lottare contro il suo ripetersi deve mirare a trasformare le condizioni soggettive che formano la coscienza stessa. Le difficoltà che l’educatore prova nell’insegnare Auschwitz, allora, non sono altro che le proiezioni sugli allievi delle difficoltà del docente. Occorre quindi che l’educatore metta in discussione se stesso e si confronti con Auschwitz, sia dal punto di vista conoscitivo, sia da quello affettivo. E’ l’insegnante che per primo deve essere attraversato dalla difficoltà dei rapporti tra Storia e memoria, che per un evento come Auschwitz appaiono mutevoli e sfuggenti. E’ l’insegnante che deve operare un ritorno del soggetto su se stesso.
Da questa “pedagogia autoriflessiva” devono derivare almeno due conseguenze. La prima è l’autonomia della coscienza, la cui rottura, secondo Adorno, era stata alla base dell’affermazione del nazismo e della possibilità di Auschwitz. La seconda è il principio di responsabilità storica che deve essere assunto, sulla scorta di quanto indicato da Jaspers e Habermas, nel quadro di una solidarietà tra generazioni, anche per atti non compiuti personalmente.
Il giorno della memoria come ha ben osservato Davide Bidussa , non riguarda i morti, ma i vivi. La memoria di Auschwitz non è il contrario dell’oblio, ma dell’indifferenza. Commemorare non basta. Dobbiamo interrogare e interrogarci. La memoria pura, come ha messo in evidenza Stefano Zampieri , è una memoria morta se non determina una interrogazione e una messa in questione di noi stessi. Lydia Salvayre, autrice de La compagnie des spectres, alla domanda se avesse scritto un libro di memorie risponde: “è esattamente il contrario! La tortura, la morte del fratello non sono dei ricordi, sono il presente. Ogni mattina è il fatto stesso che si riproduce. Non c’è quello che presuppone la memoria, la possibilità dell’oblio, il lavoro del lutto” . In altre parole, Auschwitz non è un oggetto, un dettaglio della Seconda Guerra Mondiale. Non è un capitolo di storia in mezzo agli altri. Auschwitz, la metafora dello sterminio, rimane metafora. Infatti, non si lascia definire. Non si lascia mettere a tema, perché non è un tema, non è un oggetto. Un oggetto, infatti, andrebbe definito, ma definirlo significherebbe spiegarlo e spiegarlo sarebbe possibile solo se avesse un senso. Ma, appunto, Auschwitz non ha un senso. All’insegnante è richiesto, insomma, di fare poco meno che l’impossibile: spiegare Auschwitz, mostrando che non è spiegabile, che non ha un senso. E’ da qui che deve scaturire la crisi dell’insegnante. Infatti, “se l’insegnante, nel suo rapporto con Auschwitz non è passato attraverso un crisi conoscitiva e morale, è inutile che parli ”. E’ necessario poi, a partire dall’analisi del quotidiano e di tutto ciò che solo in apparenza è innocente, mettere in opera addirittura una rivoluzione copernicana: non rendere la criminalità normale, ma la normalità criminale .
Queste le basi teoriche della ricerca, cui, ci sembra, gli autori abbiano tacitamente aderito. Anzi, in qualche caso hanno anche dichiarato il loro punto di vista esplicitamente nella loro esposizione, richiamando Thanassekos, che a sua volta si rifà ad Adorno. Ma, soprattutto, questi princìpi li hanno applicati anche direttamente sul campo, nella loro esperienza pedagogica.
Entrambi gli autori Maria Bacchi e Fabio Levi, vantano una solida esperienza alle spalle. Maria Bacchi, oggi dinamica ricercatrice di Storia contemporanea, conosce bene i preadolescenti. In passato è stata insegnante elementare. Ha scritto, fra l’altro, Cercando Luisa, la storia di una bambina ebrea mantovana deportata ad Auschwitz.
Fabio Levi, che insegna Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università di Torino, ha scritto o curato, tra gli altri, numerosi libri di argomento ebraico. Tra questi: I ventenni e lo sterminio degli ebrei, Dodici lezioni sugli ebrei, L’identità imposta.
Il libro si compone di due parti ben distinte curate, ciascuna da un singolo autore. Maria Bacchi, ha condotto le conversazioni, e ha posto al centro della sua analisi il mondo dei preadolescenti. Fabio Levi, invece, si è orientato sull’immagine degli ebrei presso i gentili, tenendo conto anche di una sua precedente inchiesta nella facoltà di Lettere di Torino, che gli ha permesso di allargare il campo di osservazione anche alla fascia dei ventenni.
Il metodo usato per dare la parola ai ragazzi consiste nella scrittura individuale, e, soprattutto nella conversazione sia in classe, sia a due (in qualche caso estesa a tre).
Il libro, fin dall’inizio mette a fuoco le preconoscenze degli studenti. Più in particolare cerca di chiarire: a) che cosa gli studenti sappiano degli ebrei e che immagine ne abbiano; b) come associno i problemi dello sterminio con i problemi attuali; c) come la Shoah incida sulla loro visione del mondo; d) da dove provengano gli stereotipi più diffusi.
L’inchiesta è durata due anni, dal marzo 2001 al maggio 2003. In tutto sono stati prodotte 30 conversazioni per 60 ore di registrazione. Sono stati coinvolti 250 preadolescenti e circa 10 insegnanti (tutte donne, ma è stato “per caso”). Le conversazioni in classe sono state avviate senza un questionario prestabilito, ma sulla base del materiale informativo predisposto: dossier e fotografie, per lo più relative alle scene di vita quotidiana dei bambini di Mantova tra il 1938 e il 1940.
Il ruolo degli insegnanti interni è apparso fondamentale. La loro funzione di mediazione finalizzata a far accettare la presenza della figura esterna è stata decisiva. Ma nello stesso tempo si è evidenziata la necessità di un lungo lavoro per sapere come si fossero sedimentate le conoscenze degli insegnanti stessi.
Non c’è dubbio che il compito degli insegnanti non sia facile. Solo a partire dagli anni ’80, in Italia e nel resto d’Europa, si sono avuti i primi interventi significativi di revisione dei testi scolastici con i primi capitoli o paragrafi dedicati allo sterminio degli ebrei. Il tempo riservato dai programmi ministeriali a quest’insegnamento è scarso. Un’ulteriore difficoltà va ravvisata nel fatto che la generazione dei genitori dei ragazzi non ha vissuto le vicende avvenute sessanta anni fa ed è così venuta a mancare una fonte familiare e diretta da cui attingere. Inoltre un fattore di disturbo è rappresentato dal martellamento massmediatico che ha reso difficile la distinzione tra ebrei e stato di Israele. Come se non bastasse, la collocazione della Shoah in una qualsiasi disciplina, in particolare, nella storia, è problematica, al punto da apparire addirittura dubbio se sia lecito storicizzare la stessa Shoah.
C’è, infatti, un filo sottile, ma forte, che lega la storia alla memoria. .
Da un lato si registra, nel nostro tempo, una rottura del rapporto tra memoria e storia dovuta alla crisi nella trasmissione della memoria tra generazioni diverse. Tale difficoltà si aggiunge a quelle che derivano dal mero insegnamento della storia, già di per sé problematico. D’altra parte l’interesse per la storia sembra legato alla dimensione personale, familiare, autobiografica. Il deficit di memoria viene fatto risalire al fallimento della trasmissione intergenerazionale dell’esperienza. Di qui la scarsa capacità di stabilire nessi interpretativi tra il presente e il passato, con il conseguente disorientamento per quanto riguarda il futuro.
Alla luce di queste considerazioni, l’intervento pedagogico descritto nel libro tenta di riannodare il filo della memoria personale, emotiva e affettiva, che è andato smarrito, stimolando, anche attraverso incontri, il ricordo dei nonni e dei luoghi familiari. Queste iniziative sono state, in gran parte, coronate da successo.
Non è un caso che uno dei momenti più alti di questa esperienza sia stata la rappresentazione teatrale, organizzata dagli alunni. Il dramma metteva in scena la storia di Luisa, la bambina ebrea, prima strappata ai compagni di classe dalle leggi razziali del 1938, poi deportata ad Auschwitz. La rappresentazione ha avuto luogo nei locali stessi della scuola che Luisa aveva frequentato e dalla quale era stata così brutalmente allontanata. Anche per questo la rappresentazione ha suscitato forti emozioni fino a sconvolgere prima i cuori e poi le menti. Non solo degli allievi, ma anche delle stesse insegnanti. Rocco, un ragazzo di origine meridionale, vivace, intelligente, ma un po’ sbandato, dapprima dichiara: ”approvo il fascismo e mi sarei arruolato pure nella Repubblica Sociale”. Accetta di interpretare la parte di un SS. Solo dopo la recita, non riesce a spiegarsi quello che è potuto accadere. Comincia a prendere coscienza della sua contraddizione e finisce, forse, col mettere in discussione se stesso. Il tema della persecuzione è “un cuneo critico nella interpretazione del passato”. La rappresentazione è, anche, un momento fondamentale per mettere in discussione il concetto di colpa collettiva, quella colpa che si trasmette di generazione in generazione e che fa dire a una ragazza impegnata nella rappresentazione, giovanissima, ma, con tutta evidenza, già matura: “mi sono vergognata di quello che è stato, … comunque ne ho fatto parte pure io… essendo una persona italiana ho contribuito…..”
In altre parole, questa ragazza, riconoscendo che viviamo e partecipiamo a quello stesso mondo che ha generato Auschwitz, pone così, certo in modo irriflesso, ma chiaro, il problema della nostra responsabilità storica nei confronti sia del passato, sia del nostro agire presente. C’è anche una professoressa che “ha sentito l’intima necessità” di lavorare nella rappresentazione con i ragazzi, e che usa più volte nella sua spiegazione la parola “affettività”.
Lo stimolo delle storie familiari o locali ha fatto emergere dall’oblio episodi che sembravano dimenticati per sempre, come per esempio quello della vicenda del bisnonno di Gemma, un ebreo inutilmente convertito, perché egualmente perseguitato e costretto alla fuga in Svizzera.
Questa storia, ricostruita quasi per caso e di cui non ne era consapevole nemmeno la stessa diretta discendente, pone in termini razionali, ma anche affettivi il dilemma: perché i nazisti ce l’avevano con gli ebrei? Se per un fatto di religione, allora il bisnonno non doveva essere perseguitato in quanto convertito. Ma se era solo per un fatto di razza, perché il bisnonno si era dovuto convertire?
Da una cesura netta iniziale fra i ragionamenti sulla persecuzione degli ebrei mantovani ed europei e i problemi della presenza degli extracomunitari, si è passato attraverso momenti di empatia, anche favoriti dalla presenza di numerosi ragazzi di origine extraeuropea, al discorso sull’analogia con l’attualità della difficile convivenza di etnie diverse. Si è capito che la Shoah è un tema che aveva a che fare con l’esclusione e la fuga, con le frontiere, con i controlli e l’esilio, la precarietà delle dimore. “Io sono zingara, mi sento ebrea” dice una bambina (usando, questa volta con orgoglio, il termine, di solito evitato perché dispregiativo, zingaro e non quello più neutro, di Rom!). Aggiunge, poi, aprendo una finestra sulla storia millenaria della diaspora “essere zingari non è poi così brutto, perché viaggiano”.
Secondo Thanassekos , e sono gli stessi autori a ricordarlo, la riflessione su Auschwitz ci rinvia immediatamente alla critica del presente.
Insegnare Auschwitz non vuol dire, infatti, chiudere i problemi del passato in un recinto, con la conseguenza inevitabile della banalizzazione o della celebrazione.
Infatti, come ci ammonisce un’alunna “l’odio si potrebbe ancora scatenare contro gli immigrati”.
L’insensatezza di questo odio appare chiaro. Dall’analisi dell’immagine dell’ebreo, condotta nella seconda parte del libro da Fabio Levi, il tratto più evidente è quello del perseguitato. Appare ancora più chiara la mancanza di un senso, dall’impossibilità di spiegare i motivi dell’odio razziale, dal momento che non si riesce a dare nonostante i notevoli sforzi dedicati a tal fine, una definizione univoca di razza, o di ebreo.
Infine, un’ultima considerazione. L’insegnamento della Shoah, spesso è affidata alle parole di un testimone. Ma da solo il testimone non basta. Nedo Fiano ci dice che non è possibile essere al contempo testimone e storico . Il primo, infatti vede gli avvenimenti con sentimento, il secondo con distacco. Con la testimonianza si ottiene una partecipazione emotiva, che, però se non è sostenuta dall’insegnamento storico, rimane superficiale. La memoria non deve essere lasciata sola. Coesistono insomma due polarità: la ricerca storica e la testimonianza. Solo attraverso un confronto serrato e un’interazione tra questi due poli si può costruire una didattica capace di incidere sulla coscienza degli uomini: quelli di oggi e quelli di domani.
Solo così si potrà evitare che la barbarie di Auschwitz possa ripetersi.

Franco Maria Fontana, 2005