sabato 10 maggio 2008

15 MAGGIO 1948 - 2008: 60 ANNI DI NAKBA PALESTINESE



15 maggio 1948 - 2008
60 anni di occupazione: basta!
un solo paese per arabi ed ebrei in Palestina

venerdì 9 maggio 2008

ATTICISMO MILITANTE ovvero IL DIFFICILE RAPPORTO TRA LA SINISTRA E LE TERRAZZE

(dall’inserto satirico de l’Unità: M del 5 maggio 2008, anche dal sito di Stefano Disegni)




Mario Adinolfi, l’ancor giovane blogger del PD, primo dei non eletti a Roma nella lista del suo partito, nel commentare queste tavole di Stefano Disegni , ci ricorda un episodio che ha segnato la sua educazione sentimentale. Fu quando, appena adolescente, nella metà degli anni 80, avvicinatosi al mondo della politica si convinse a iscriversi alla DC perché -così gli dissero - la Democrazia Cristiana era "il partito dei portieri e dei figli dei portieri” mentre , "quelli dell'ultimo piano sono sempre comunisti" . Fu, a suo modo, una scelta, anticonformista, per un giovane dell’epoca. Ma anche una scelta discutibile e paradossale. Discutibile, perché, nonostante le motivazioni plausibili, anzi, addirittura nobili, caricava la debole categoria dei portieri di condominio di una responsabilità morale e di una capacità di orientamento politico, a dir poco, esagerata. Paradossale, perché, per andare controcorrente finiva con il legarsi a un partito stabilmente nella corrente del potere da più di 40 anni.
Ma mal gliene incolse. Infatti, il ciclone tangentopoli avrebbe ben presto spazzato via la DC, lasciando solo e sconsolato il povero Adinolfi. Particolarmente bersagliato dalla sfortuna, bisogna dire, perché anche ricoprire la posizione numero 17 (è proprio vero che anche i numeri hanno un'anima e un destino!) e di primo non eletto su una lista di 16 eletti è un fatto che brucia tanto da far pensare di essere nato sotto una cattiva stella.

Io, che sono esattamente di una generazione più vecchio di lui e che posso, quindi, dall'alto dei miei 65 anni, guardare Mario Adinolfi quasi come un figlio, ho altri ricordi. E ritengo utile un confronto generazionale tra le differenti educazioni sentimentali maturate nei diversi contesti.
All’inizio degli anni 60, studente del liceo classico Giulio Cesare di Roma, scuola di destra in un quartiere dominato dai missini di Caradonna (così si chiamavamo allora gli attivisti del Movimento Sociale Italiano che operavano a Corso Trieste), assistevo alle sempre più ricorrenti incursioni delle squadracce fasciste fuori della scuola. Non erano studenti e nemmeno facce note nel quartiere. Si trattava quasi sempre di picchiatori di professione trentenni che si allenavano in palestra e facevano il bello e il cattivo tempo con le loro vigliacche spedizioni punitive contro i pochissimi ragazzini di sinistra. Uno di questi picchiatori, ricordo, era privo di una mano, ma colpiva forte con il moncherino metallico. La mano gli era esplosa con una bomba durante un attentato. Quella di venire a date fisse "a darci una lezione", come loro stessi amavano ripetere, era una singolare maniera di festeggiare le ricorrenze del calendario fascista e di imporcele. Due date le ho ancora impresse nella mia mente e, mio malgrado, nel mio corpo: quella del 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci dei combattimento, e quella del 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma.
Antonello Venditti, anche lui studente del Giulio Cesare durante prima metà degli anni 60, nella canzone "Compagno di scuola" parla, appunto delle "fughe vigliacche nei corridoi". Si riferiva, appunto alle fughe provocate dalle spedizioni punitive dei fascisti in quegli anni. Insomma, essere comunisti in un liceo classico, a quei tempi e in quel quartiere non era una passeggiata. C’era il rischio di rompersi l'osso del collo e, per giunta, di rimanere isolati con il resto degli studenti e dei professori, anche loro, in gran parte, di destra. Senza contare le incomprensioni con i genitori che non la pensavano certo come me.
Ma mi sembrava una cosa giusta prendere la via meno facile: quella di schierarmi dalla parte dei più deboli. Fu così che io e pochi altri compagni di scuola e di fede politica decidemmo di dar vita, nel febbraio 1962, alla prima cellula comunista nella storia del Giulio Cesare, di cui fui il primo responsabile. Un incarico di cui ancora oggi vado fiero.
Più tardi, entrato nel mondo del lavoro continuai, nella migliore tradizione comunista, a non ascoltare quelli che mi consigliavano, per il mio bene, di "farmi gli affari miei". Anzi mi impegnai con passione a "farmi gli affari degli altri". Per esempio, mi adoperai per promuovere il glorioso sindacato, allora unitario, dei metalmeccanici (FLM) nell'azienda dove lavoravo, che fino ad allora ne era sprovvista. Anche per questo e per aver osato contrastare il potere aziendale, dovetti subire un licenziamento per rappresaglia, poi rientrato grazie alla solidarietà di tutti i lavoratori. Un altro licenziamento mi venne minacciato, anni più tardi e questa volta fu addirittura il segretario generale del mio sindacato in persona a salvarmi. Ora che sto in pensione, e sono in grado fare un bilancio quasi definitivo della mia vita, posso dire di non aver fatto una grande carriera. E' giusto che sia così. In fondo, anche se, a detta dei più, non mi facevano difetto alcune potenzialità, ero, sono e rimarrò fino alla morte un inguaribile rompiballe e per giunta di sinistra. Mi va bene così. Nessun rimpianto.
Insomma, essere comunista, essere di sinistra negli anni 60 e all'inizio degli anni 70 costava tanto e bisognava pagare caro.
Ma non sarebbe stato così ancora per molto. La modernizzazione stava incalzando,i tempi stavano cambiando e la sinistra si adeguava rapidamente.

Dalla seconda metà degli anni 70, ci fu, infatti, un’inversione di tendenza, che finì con il tradursi in un vero e proprio cambio di paradigma
Essere di sinistra non sarebbe stato più un ostacolo al perseguimento del proprio "particulare". Al contrario si sarebbe trasformato in un viatico, quasi indispensabile, per conquistare prestigio, successo, ricchezza nella vita e nella società. La Sinistra Atticista, che non è certo un'invenzione di Stefano Disegni, ma che ha avuto anche l'onore di un film di Ettore Scola (La Terrazza, 1980), si è sviluppata soprattutto a partire dalla metà degli anni 70, quando essere comunista non comportava più, come una volta, rischiare l'isolamento, le botte e il licenziamento, ma, al contrario, offriva la possibilità di una serie di vantaggi, comodità e opportunità.
Proprio in quegli anni stava emergendo nel Pci di Roma una nuova generazione di militanti, diventati, con sorprendente rapidità, quadri e poi dirigenti del partito. Avevano in comune una caratteristica: erano tutti figli di parlamentari del PCI, oppure ne avevano sposato le figlie. Tra questi spiccavano una serie di personaggi che alcuni decenni dopo avrebbero fatto parlare molto di sé: un certo Giuliano Ferrara, figlio dell'on. Maurizio Ferrara, un certo Massimo D'Alema figlio dell'on. Giuseppe D'Alema, e un certo Veltroni genero della senatrice Franca Prisco.
Ora 30 e più anni dopo siamo qui a leccarci le ferite e a raccogliere i frutti amari di questo funesto raccolto di figli e di generi di parlamentari.

Torniamo, ora, al problema dell'attico, da cui eravamo partiti. In proposito debbo confessare, che io, per quel che mi riguarda, l'attico ce l'ho da una vita. Tuttavia non mi riconosco in certi atteggiamenti “atticisti militanti” della sinistra snob che pure sono tanto diffusi quanto odiosi.
Ma la colpa può essere solo dell’attico?
Davvero è l’attico che fa diventare odiosi?
Forse, per ritornare ad Adinolfi bisogna distinguere anche tra diverse generazioni di abitanti degli attici.
Tra quelli che l’attico ce l’avevano e che malgrado l’attico sono diventati comunisti, e quelli che l’attico non ce l’avevano, ma che sono riusciti a farselo proprio grazie al fatto che erano comunisti.
E questo può spiegare anche perché ci troviamo di fronte alle macerie di una sinistra che non sa più riconoscersi, una sinistra senza un popolo di sinistra, arrivistica, snobistica, affaristica, hollywoodiana e palazzinara.
Una sinistra circondata, prima di tutto, dal disprezzo di quelli che pretenderebbe di rappresentare.
Una sinistra, un tempo di classe, ora di casta.
Una casta che, tenendosi a distanza dai più deboli per non rimanerne infettata, dall'alto delle sue terrazze e dei suoi attici, ha rubato i sogni e le speranze di milioni di donne e di uomini.
Una sinistra rossa sì, ma solo di vergogna.
Una sinistra che non riusciamo più a riconoscere, come con sguardo profetico, già 50 anni fa, aveva anticipato Pasolini, in una poesia che insieme ad altre ha contribuito alla educazione sentimentale della mia generazione:

"Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,/
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:/
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,/
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli".


(epigramma "Alla Bandiera rossa" scritto nel 1958, da "La religione del mio tempo" di Pier Paolo Pasolini)

martedì 6 maggio 2008

(a proposito della Festa del Cinema di Roma) ... E SE ALEMANNO AVESSE RAGIONE?


(dalla panoramica finale di "Roma città aperta" di Rossellini)

Jean-Luc Godard nell'"Histoire(s) du cinema" sosteneva che il cinema italiano del neorealismo era stato l'unico a resistere all'occupazione del cinema da parte degli americani.
Senza capitali, senza divi, senza finte scenografie di cartapesta, magari, come nel caso di Rossellini, con pellicole scadute, ma con tante idee e tanta passione.
Come un piccolo David, il neorealismo italiano, aveva vinto Golia, il gigante americano.
Aveva vinto anche la sua battaglia culturale contro il potere politico dell'epoca nel nostro paese, secondo il quale non era conveniente esibire al mondo intero la società con le sue miserie, ma anche con la sua fierezza. Al contrario, "i panni sporchi- ripeteva Andreotti - si dovevano lavare a casa".
Ora, viceversa, da anni non solo abbiamo perso questo primato, ma sembra che stiamo facendo di tutto quasi per farci perdonare, come se fosse una colpa, la mancanza di rispetto per il gigante americano, la presunzione di aver mantenuto la schiena diritta, di aver dato vita a un cinema il più possibile autonomo e libero dai condizionamenti commerciali.
Veltroni e la sua gestione frivola e festaiola della Festa del cinema di Roma con l'impronta divistica e hollywoodiana, conferita a questa manifestazione hanno precise responsabilità in questo senso. Con una patina di scintillante mondializzazione e con un esercito di Uffici stampa impegnati solo nelle vendite e nella pubblicità , hanno voluto mascherare il sostanziale provincialismo di chi, privo di idee proprie, si limita a scimmiottare e adulare i potenti. Allora, non c'è nulla di male, se, proprio da Roma si vuole segnare una ripresa dell'autonomia del cinema italiano ed europeo, che punti sulla qualità e sulle idee e che volti le spalle a quella che già negli anni quaranta un filosofo come Theodor W. Adorno bollava con l'epiteto di "industria culturale".
Che sia un ex fascista a proporlo non deve essere un motivo di rifiuto pregiudiziale. Non si tratta di fidarsi delle intenzioni di Alemanno, ma solo di prenderlo in parola e sottoporlo alla nostra critica. Non senza interrogarci sul perché la sinistra, anche nel cinema, si sia ridotta così male, al punto da lasciare certe battaglie culturali alla destra.

(da "Histoire(s) du cinéma" di Jean-Luc Godard)

IL RICHIAMO DELLA FORESTA FASCISTA


Si può andare contro la propria natura, una, due, tre volte, ma prima o poi, la natura stessa si ribella e non ne vuole più sapere di essere violentata E' quello che è capitato al nuovo Presidente della Camera dei Deputati Fini, che non ce l'ha fatta a mantenersi misurato come, invece gli riusciva abbastanza bene da un po' di tempo in qua.
E, al fine di mostrarsi comprensivo con i suoi camerati fascisti e nazisti ha finito col mettere sullo stesso piano un comune reato d'opinione quale quello, puramente simbolico, di vilipendio della bandiera con un ferocissimo assassinio gratuito che ha stroncato la giovane vita di un ragazzo incolpevole.
Ma non gli è bastato, ha perfino aggiunto che l'omicidio del ragazzo di Verona, ad opera del branco nazifascista, è meno grave del vilipendio alla bandiera di Israele ad opera di alcuni manifestanti dei Centri sociali di Torino.
Eccesso di patriottismo?
Non ci risulta un pari fervore in difesa della bandiera italiana quando questa fu ingiuriata nel peggiore dei modi dal suo alleato di governo Bossi. A cosa è dovuta, allora, tanta passione per la bandiera d’Israele? All’amore viscerale per gli ebrei?
Non direi. Per un fascista come lui che ancora nel 1992 celebrava il 70° anniversario della Marcia su Roma con il saluto romano a Piazza Venezia, luogo della memoria sacro per i fascisti e i nazisti, non è credibile tanto fervore per la causa degli ebrei.
Chissà quanti dei suoi camerati si sono fatti delatori di quegli ebrei che, proprio a causa di questa immonda collaborazione, furono, in seguito, deportati ad Auschwitz da dove non sono più tornati!
Certo si può anche cambiare idea, e ci si può anche, autenticamente, pentire e sperare nel perdono.
Ma allora, in questi casi, la cosa migliore è il silenzio.

mercoledì 30 aprile 2008

A PROPOSITO DELL’INFEDELE DI GAD LERNER



Ieri 30 aprile è andata in onda su La7 un'interessante puntata de L'infedele. Tema: i 60 anni dello stato di Israele.
Hanno partecipato, oltre Gad Lerner, Vittorio Dan Segre un fondatore d’Israele, combattente della guerra d’indipendenza del 1948 e poi diplomatico, la pacifista israeliana Manuela Dviri, il cui figlio è morto sotto le armi dieci anni fa in Libano, il filosofo Gianni Vattimo. Claudia De Benedetti dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, la giornalista cittadina araba-israeliana Rula Jebreal; Ali Rashid dell’Autorità nazionale palestinese; lo scrittore palestinese Muin Masri; Gianni Scipione Rossi, autore del libro “La destra e gli ebrei”. In collegamento, da Gerusalemme il portavoce del governo israeliano, Avi Panzer e il giornalista della Stampa Maurizio Molinari.
La trasmissione ha poi avuto una eco sul blog di Gad Lerner, a cui, ho ritenuto di dover ripondere come segue.


Ho dato una scorsa ai primi 894 commenti, e quello che più mi colpisce è il clima di linciaggio creato contro Gianni Vattimo, il cui intervento sarà stato pure provocatorio, ma meritava proprio per questo qualche riposta di merito e articolata.
Per esempio sulla dichiarazione che l'unico paese del medio oriente che possiede la bomba atomica è proprio Israele.
O siamo ciechi a negarlo e a considerarlo un mero insulto?
Oppure consideriamo un diritto quello di possedere armi atomiche?
Alcuni, pochi per fortuna, gli hanno incredibilmente negato ogni titolo per parlare in quanto non ebreo !
Altri, la maggior parte purtroppo, ribadiscono l'equazione antisionismo = antisemitismo, con ciò mettendo nello stesso calderone antisemiti come Hitler e Goebbels con antisionisti ebrei come Buber, Arendt, Chomsky, Hilberg o Vidal Naquet.
Il complesso degli interventi sul Blog mi ha meravigliato, perché, debbo constatare che, viceversa, la trasmissione mi è sembrata molto ben articolata ed equilibrata.
Il fatto è che, mi sembra, in questo caso il popolo del paese reale (894 commenti) sia peggiore di quello rappresentato alla televisione (10 interventi).

Sono un non ebreo amico degli ebrei e rimarrò sempre tale. Gran parte della mia vita e dei miei studi è dedicata all'amore per questo popolo, ma non fatemi sentire in colpa se mi è sempre più difficile sostenere le ragioni dello stato di Israele.


martedì 29 aprile 2008

RIPARTIRE DALLE MACERIE


Caro Paolo (*), quello che hai scritto sulla catastrofe elettorale, è musica per le mie orecchie. In particolare condivido la tua lettura della disfatta elettorale, che cioè “i cittadini non sono più disponibili per un “meno peggio” che evidentemente sentono sempre meno distinguibile dal peggio-peggio berlusconiano, leghista e post-fascista”. Così come approvo totalmente la tua analisi sull’attuale sinistra, secondo la quale “i Bertinotti e i D’Alema non sono né moderati né radicali: sono autoreferenziali, sono CASTA”. Ora ci attende, per dirla con Rudy Dutsche,, ma con significato e contesto diversissimi , una lunga marcia attraverso le istituzioni, senza scorciatoie, né derive rivoluzionarie, ma con fermezza. Dobbiamo ripartire dalle macerie in cui ci troviamo e costruire una rete in movimento, partendo da quei pochi punti di appoggio su cui possiamo contare. Alcuni dei quali li hai menzionati: il blog di Micromega, Pancho Pardi ecc. Altri li dovremo creare noi, con la nostra intelligenza e la nostra volontà. Trasformare la sconfitta in vittoria, come diceva un rivoluzionario di 60 anni fa, non è facile, ma i compiti impossibili sono quelli che meritano più degli altri il nostro impegno. Buon lavoro a tutti noi
Franco

(*) Risposta all’intervento di Paolo Flores dal sito di Micromega
Il dopo elezioni
Farla finita con la Realpolitik di Paolo Flores d'Arcais

Il nostro torto è di non credere alle nostre analisi. Quando Nanni gridò a piazza Navona oltre sei anni fa che “con questi dirigenti non vinceremo mai più”, in tanti trovammo che quel grido di indignazione e rabbia era la migliore sintesi di anni di riflessioni (anche su MicroMega, anzi quasi solo su MicroMega), e che la rabbia poteva diventare azione, e quindi speranza. Pochi giorni dopo, infatti, realizzammo il Palavobis, a cui stavamo già lavorando, e pochi mesi dopo il milione e più di auto-organizzati a piazza san Giovanni.
Ma a quel punto cominciammo a non prendere più sul serio le nostre analisi, a sostituirle con le illusioni. Le solite illusioni: che quei dirigenti sarebbero cambiati (nel duplice senso: di imparare loro stessi, o di rinnovare parzialmente i gruppi dirigenti dall’interno).
Illusioni o meno, abbiamo fatto fino in fondo, e anzi oltre, il nostro dovere secondo la “disciplina repubblicana”, votando chi non ci convinceva affatto (o peggio) pur di evitare la vittoria del peronismo-videocratico-clerico-fascista. Non è servito a nulla. Le colpe, le ignominie, le dissipazioni, le mediocrità, accumulate e stratificate negli anni dalla nomenklatura variegata del centro-sinistra, sono state più forti di ogni generosità e di ogni impegno: masse di cittadini democratici hanno detto chiaramente, con il loro non-voto, che non sono più disponibili per un “meno peggio” che evidentemente sentono sempre meno distinguibile dal peggio-peggio berlusconiano, leghista e post-fascista.
A questo punto, e dentro una catastrofe che abbiamo fatto di tutto per evitare e di cui solo le nomenklature del centro sinistra (tutte, vecchie e nuove) portano l’intera responsabilità, è lo stesso realismo che impone di farla finita con ogni Realpolitik. L’unica strada che ancora non è stata percorsa è quella della coerenza intransigente e radicale con i valori che si dichiarano. E’ l’unica, perciò, che abbia senso percorrere.
Lungo tale strada il primo equivoco da spazzar via è che ci fossero due sinistre. Ve ne era ed è una sola: PARTITOCRATICA, anche se poi variegata in apparenze più o meno moderate o radicali. Ma i Bertinotti e i D’Alema non sono né moderati né radicali: sono autoreferenziali, sono CASTA.
Ora ci aspettano anni in cui sarà necessario fare politica direttamente, auto-organizzandosi, in mille club, tematici, territoriali, telematici, senza la pretesa di una “linea generale” onnicomprensiva da condividere, ma anche senza più l’illusione che il momento elettorale possa esser delegato alla casta medesima.
Cominciamo subito, perciò, a proporre esperienze di azione politica nuova, a praticarle, a raccontarle, in coerenza con i valori del Palavobis e di san Giovanni. Senza la pretesa di “coordinarle”, ma di comunicarle e moltiplicarle. Del resto, la "democrazia presa sul serio" ha almeno un suo rappresentante in Parlamento: Pancho Pardi.
Non perdiamoci di vista e non limitiamoci alla geremiade. Il sito di MicroMega cercherà di servire anche a questo.

(29 aprile 2008)

mercoledì 16 aprile 2008

LA LEGA NORD: UNA VITTORIA POSTUMA DI HITLER

Quello che segue è la trascrizione del sonoro del deputato leghista Matteo Salvini al mercato della Bovisasca, trasmesso da Radio Padania Libera il 9 aprile scorso.

RADIO PADANIA LIBERA- Filo diretto del 9 aprile 2008

Signora:
Noi siamo della casa qui di fronte…

Salvini: Va segnalato all’Amsa. Anche se i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli…


Signora: Noi siamo della casa qui di fronte…

Salvini: Lo so, ieri sono stato dal cartolaio, già segnalato…

Signora: Noi abbiamo dovuto stamattina far intervenire la Verde Blu che è una ditta specializzata per derattizzazione, per fare le cose di emergenza…

Salvini: Già segnalato…
Signora: E chi le paga queste situazioni?

Salvini: Già segnalato dei topi…
Signore: Però stavolta vi voto perché siete gli unici che vi date da fare per questi delinquenti che sono in giro…

Salvini: Eh, lo so…

Signore: Datevi da fare, non perdete tempo.

Salvini: Assolutamente.

Signore: Ci sono topi in giro anche ieri sono venuto…

Salvini: I topi sono più facili… sono più facili degli zingari da combattere…
(Fonte: www.gadlerner.it)

L'onorevole Salvini, si è giustificato dicendo che si tratta solo di una metafora.
E' vero, esattamente come è vero che Hitler, quando parlava di
 sterminare i topi, usava anche lui una metafora. Nessuno ci credeva, in fondo,
 nemmeno i topi (così Hitler designava gli ebrei) che non provvidero, nonostante l'avvertimento, a mettersi al sicuro.
E il gas usato per gasare gli ebrei e gli zingari è il Zyklon-B, un prodotto nato per sterminare gli insetti.

Purtroppo la lezione 
della storia sembra non servire a nulla.
E si tratta, piaccia o non
 piaccia ai nostri leghisti, di un’altra vittoria postuma di Hitler